WASHINGTON - Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è “sotto assistenza respiratoria” e ha ormai solo “l’1% di possibilità di sopravvivere”. Con questa drammatica metafora medica, il presidente Usa Donald Trump ha descritto lo stato dei negoziati con Teheran, dopo aver respinto senza appello la controproposta iraniana al piano di pace presentato da Washington. “La risposta di Teheran è da buttare nella spazzatura”, ha dichiarato Trump dalla Casa Bianca, definendo la lettera “inappropriata e stupida”.
Il punto di rottura principale sembra essere il dossier nucleare. Trump accusa l’Iran di aver fatto marcia indietro su un impegno preso solo pochi giorni fa: la consegna di 440 chili di uranio arricchito al 60%. Inizialmente mi avevano detto: ‘lo avrete, ma dovrete recuperarlo voi’“, ha spiegato il presidente. “Il sito è così distrutto che solo noi o la Cina saremmo in grado di compiere l’operazione. Avevano detto sì, poi sono tornati indietro”.
Secondo il Wall Street Journal, Teheran avrebbe offerto solo di diluire parte dell’uranio o trasferirlo in un Paese terzo, rifiutando però categoricamente lo smantellamento degli impianti e la sospensione dell’arricchimento per vent’anni. Una posizione inaccettabile non solo per Washington, ma anche per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale ribadisce che il conflitto non finirà finché i siti nucleari non saranno rasi al suolo.
Mentre Trump consulta i vertici delle forze armate per valutare la ripresa delle operazioni, resta sul tavolo il rilancio di Project Freedom, il piano per scortare militarmente le navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Nonostante l’intelligence statunitense ipotizzi che l’Iran possa resistere altri 3-4 mesi prima del collasso economico, Trump ostenta sicurezza: “Pensano che mi stancherò o che sentirò la pressione. Non c’è alcuna pressione. In teoria, militarmente, abbiamo già ottenuto una vittoria totale”.
Di contro, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito su X che le forze della Repubblica Islamica sono pronte a rispondere a ogni aggressione: “Rimarranno sorpresi. Decisioni sbagliate porteranno a risultati sbagliati”.
L’inasprimento delle tensioni ha spinto il Brent sopra i 103 dollari al barile, un aumento del 50% rispetto ai livelli pre-conflitto. L’AD di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha parlato del “più grande shock energetico mai registrato”, avvertendo che la normalizzazione del mercato potrebbe non arrivare prima del 2027.
Oltre all’energia, preoccupa il blocco dei fertilizzanti (un terzo del commercio mondiale passa per Hormuz). L’Unops ha lanciato l’allarme per una possibile crisi umanitaria che potrebbe mettere a rischio fame altri 45 milioni di persone in poche settimane.
Gli sguardi sono ora rivolti a Pechino, dove domani e giovedì Trump incontrerà Xi Jinping. Molti analisti ritengono che il ruolo della Cina sarà decisivo per sbloccare l’impasse. Contemporaneamente, a Delhi, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi incontrerà i colleghi dei Brics (inclusi Arabia Saudita ed Egitto), un vertice che potrebbe aprire canali di mediazione paralleli.
Resta infine l’incognita del Libano: nonostante la tregua teorica del 17 aprile, gli scambi tra Israele e Hezbollah continuano. Nuovi colloqui tra delegazioni libanesi e israeliane sono fissati per il 14 e 15 maggio a Washington, nel tentativo disperato di evitare che l’incendio regionale diventi incontrollabile.