MILANO - La Corte d’Assise d’appello di Milano ha confermato la condanna a 27 anni di reclusione per Daniele Rezza, il ventunenne che l’11 ottobre 2024 uccise a Rozzano Manuel Mastrapasqua, 31 anni, per rapinargli un paio di cuffie wireless dal valore di 14 euro.
I giudici hanno riconosciuto le accuse di omicidio volontario aggravato dalla minorata difesa e di rapina aggravata, con attenuanti generiche equivalenti. Rispetto alla sentenza di primo grado, è stata esclusa soltanto l’aggravante dei futili motivi, senza effetti sull’entità della pena.
La Corte, presieduta da Ivana Caputo con Franca Anelli, ha accolto la richiesta della sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi, che aveva chiesto la conferma dei 27 anni. Confermati anche i risarcimenti a carico dell’imputato e a favore delle parti civili: la madre e i due fratelli della vittima, assistiti dall’avvocata Roberta Minotti. Le motivazioni saranno depositate entro il 20 settembre.
I giudici si sono invece riservati di decidere su una nuova richiesta di ammissione alla giustizia riparativa presentata dalla difesa di Rezza, dopo il rigetto già arrivato in primo grado. Alla richiesta si sono opposti ancora una volta i familiari di Mastrapasqua.
La notte dell’omicidio, la vittima stava tornando a casa dopo un turno di lavoro in un supermercato di via Farini, a Milano. Appena sceso dal tram a Rozzano, fu aggredito da Rezza e colpito con una coltellata vicino al cuore. “Quando l’ho visto volevo prendergli tutto: soldi, cellulare, qualsiasi cosa potessi rivendere”, mise a verbale l’imputato dopo l’arresto.
Dopo l’omicidio, il padre del ragazzo gettò le cuffie che il figlio gli aveva consegnato e lo accompagnò alla stazione di Pieve Emanuele. Da lì Rezza prese un treno per Pavia e poi un autobus per Alessandria, dove venne fermato il 13 ottobre 2024.
Nel processo d’appello i giudici avevano disposto una perizia psichiatrica sull’imputato, accogliendo un’istanza della difesa. L’accertamento ha stabilito la piena capacità di intendere e di volere di Rezza al momento dei fatti. Secondo la perizia, alcune alterazioni nella regolazione delle emozioni e forme di aggressività “possono considerarsi clinicamente significative”, ma non integrano la nozione giuridica di infermità mentale.