WASHIGNTON - Stati Uniti, Iran e Oman sono vicini alla stipula di un accordo provvisorio di due mesi per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Lo riferisce la testata Axios, citando due fonti regionali e un funzionario americano, precisando che Washington punta ad annunciare l’intesa nelle prossime ore. Il piano, giunto dopo il blocco degli attacchi ordinato dal presidente Donald Trump, mira a ripristinare il cessate il fuoco e a favorire la ripresa dei negoziati sul programma nucleare di Teheran.
L’intesa giunge in un momento di forte pressione: lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali fronti della guerra iniziata il 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ed è stato teatro di continui blitz alle navi e recrudescenze dei combattimenti.
Nel corso di una visita in California, il presidente Usa ha rilasciato un’intervista a Fox News preannunciando novità nel giro di 48 ore: “Stiamo avendo ottimi colloqui. L’unica cosa che conta sono i fatti. E loro vogliono raggiungere un accordo. Vedremo cosa succederà”. Trump ha aggiunto di avere “tutto il tempo” necessario per valutare l’esito dei colloqui, senza tuttavia risparmiare dure minacce nel caso in cui la via d’acqua non venga sbloccata a breve. “Lo Stretto sarà aperto molto presto o verranno colpiti duramente. (...) Stavamo per effettuare un attacco tremendo, il più pesante dalla Seconda Guerra Mondiale. Mi hanno chiamato e mi hanno detto molto educatamente: ‘Per favore, possiamo parlare?‘. Ho detto: ‘Sì, possiamo parlare. Facciamolo l’accordo finalmente’“.
Sul fronte iraniano prevale un atteggiamento di marcata diffidenza. Il segretario della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, Behnam Saidi, ha espresso forti perplessità sulla condotta di Washington: “Gli statunitensi hanno dimostrato più volte di non essere affidabili. Il presidente statunitense Donald Trump ha una personalità instabile. Usa e Israele hanno violato diverse clausole dell’accordo di cessate il fuoco. Qualsiasi passo compiuto dagli Stati Uniti incontrerà una contromossa da parte dell’Iran, con una forza ben maggiore. Qualsiasi proposta avanzata dagli Stati Uniti, sia nell’ambito dei negoziati che in altre iniziative, dovrebbe essere accolta con scetticismo”.
Sulla stessa linea, il parlamentare Esmail Kowsari ha definito l’approccio di Trump “contraddittorio e inaffidabile”, dichiarando all’emittente Irib (ripresa da Al Jazeera) che il presidente statunitense ha affermato per “75 volte” che lo Stretto di Hormuz era aperto quando non lo era, oltre ad aver parlato di “sconfitta dell’Iran” per 106 volte e di un “accordo imminente” per 88 volte.
Dal canto suo, il sito Sepah News (legato al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie) ha citato un funzionario informato sulle trattative con l’Oman, ribadendo che “l’Iran non concluderà alcun accordo sotto minaccia”. La fonte ha precisato che “il ritardo nel raggiungimento di un accordo con l’Oman sullo Stretto di Hormuz è dovuto principalmente all’interferenza Usa e le minacce di Trump”, avvertendo che “finché persisteranno le interferenze e le minacce di un attacco militare contro l’Iran, l’accordo rimarrà bloccato”.
Secondo la bozza dell’intesa della durata di 60 giorni (eventualmente prorogabile), non verrà applicato alcun pedaggio per il transito navale. Il traffico diretto verso il Golfo Persico seguirà una rotta settentrionale nelle acque territoriali iraniane, mentre le navi in uscita verso il Mar Arabico percorreranno una rotta meridionale nelle acque dell’Oman, in coordinamento con Teheran. Entro 30 giorni le parti si impegneranno a bonificare dalle mine la rotta centrale, che una volta ripristinata la sicurezza verrà impiegata a doppio senso sulla base di un accordo permanente da definire tra Oman e Iran.
Come evidenziato da Axios, tre settimane fa gli Usa e l’Oman ritenevano di essere già prossimi a un’intesa prima che Washington riprendesse i raid. Il nuovo tentativo diplomatica vede il coinvolgimento di Qatar, Pakistan e Arabia Saudita, con fitti contatti telefonici tra l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il suo omologo omanita Badr al-Busaidi. Araghchi ha espresso un’adesione di principio alla bozza nel fine settimana; l’approvazione formale a Teheran si è completata martedì con il benestare della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, e del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.
La spinta verso una soluzione diplomatica arriva dopo che Trump ha sospeso i piani per un’offensiva su vasta scala. Un’analisi della Cnn rivela tuttavia che le forze armate statunitensi starebbero affrontando una critica carenza di munizioni. Secondo fonti informate, dal mese di febbraio il Pentagono avrebbe consumato quasi l’80% dell’arsenale di missili intercettori THAAD e circa la metà dei Patriot.
Basandosi sulle stime del Center for Strategic and International Studies (che prima del conflitto attribuivano agli Usa circa 2.200 Patriot e 452 missili THAAD) l’emittente sottolinea come la scarsità di questi sistemi difensivi complichi la protezione delle basi statunitensi e degli alleati del Golfo di fronte a possibili attacchi iraniani con missili e droni, rendendo la diplomazia una strada quasi obbligata.
Parallelamente, la crisi si estende sul fronte del Mar Rosso. I ribelli houthi dello Yemen hanno annunciato di aver colpito la petroliera saudita “Wafa” al largo del porto di Yanbu mediante l’uso di diversi missili balistici. Il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, ha confermato in un video che si tratta dell’ottava imbarcazione presa di mira dall’inizio del blocco navale proclamato contro la flotta di Riad il 22 luglio.