NEW YORK – Con Ethel Kennedy scompare un altro pezzo di Camelot. L’ultima matriarca del clan che per l’America è stata l’equivalente della famiglia reale è morta a 96 anni in ospedale al termine di una vita segnata da tragedie e polemiche.
“Aveva avuto un’ottima estate; era riuscita a entrare in acqua, salire sul molo, godere di pranzi e cene con la famiglia”, ha detto il primogenito, l’ex deputato Joe Kennedy III dopo l’ictus che l’8 ottobre aveva colpito la madre.
Filantropa e attivista Ethel Skakel Kennedy era incinta di Rory, diventata poi una documentarista, quando il 5 giugno 1968 vide il marito Robert Kennedy, allora senatore e candidato alla presidenza, ferito a morte dal palestinese Shiran Shiran nelle cucine dell’Hotel Ambassador di Los Angeles quattro anni dopo l’assassinio del fratello JFK a Dallas.
Altre morti premature erano seguite a perpetuare il mito della “maledizione dei Kennedy” tra cui quella del figlio David nel 1984 per overdose e di Michael in un incidente di sci nel 1997.
Nata in una famiglia benestante del Connecticut, Ethel aveva frequentato scuole cattoliche e successivamente il Manhattanville College of the Sacred Heart, dove aveva conosciuto Robert Kennedy, fratello della sua compagna di stanza Jean. Inizialmente Ethel era interessata a Jack, il futuro presidente JFK, ma alla fine sviluppò una relazione con Bob, culminata nel matrimonio nel 1950 nella tenuta dei genitori di Ethel a Greenwich. Dall’unione fondata anche sull’impegno politico e umanitario sono nati 11 figli.
Rimasta vedova a 40 anni, Ethel aveva continuato a difendere la legacy del marito in materia di giustizia sociale e diritti umani. Nel 1968, subito dopo l’assassinio di RFK, aveva fondato il Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights. Aveva poi sostenuto con impegno le campagne politiche di figli e nipoti: tra questi anche quella del terzogenito RFK Jr, avvocato ambientalista e no vax, poi candidato indipendente alla Casa Bianca e, da ultimo, sostenitore di Donald Trump.