TEHERAN - “Morte all’America”, “Vendetta, vendetta”, «#KillTrump»: i cori e gli striscioni portati dalle migliaia di persone radunate nel cortile della Grande Moschea di Teheran trasformano le esequie di Stato per Ali Khamenei in una parata di lacrime e fedeltà al regime della Repubblica islamica.

Un inno all’odio contro i “nemici”: il “regime sionista” e Washington, proprio mentre negli Stati Uniti si celebrano i 250 anni dell’indipendenza. A quattro mesi dai raid israelo-americani che lo hanno ucciso, i funerali della defunta Guida Suprema sono iniziati ufficialmente nella capitale iraniana e proseguiranno fino al 9 luglio, in quella che le autorità preannunciano come la più grande cerimonia funebre della storia dell’Iran.

Sin dall’alba, ancor prima che la tv di Stato annunciasse l’inizio delle esequie pubbliche, intorno alle 6 del mattino (ora locale), una folla vestita a lutto si è riversata nella Moschea Mosalla, dove la bara di Ali Khamenei è stata esposta, con il suo iconico turbante nero, all’interno di una teca trasparente. Accanto a lui, le spoglie dei familiari uccisi nello stesso attacco: la figlia Boshra e la nipotina di 14 mesi Zahra, il genero Mesbaholhoda Bagheri e la nuora Zahra Haddad Adel, moglie di Mojtaba Khamenei. 

È proprio l’attuale Guida Suprema il grande assente della prima giornata della cerimonia funebre. Secondo quanto riferito al New York Times da due membri delle Guardie della Rivoluzione, Mojtaba avrebbe espresso il desiderio di presenziare alla cerimonia in programma il 9 luglio presso il santuario sciita dell’Imam Reza, nella città di Mashhad, per recitare la preghiera per i defunti.

Tuttavia, le forze di sicurezza avrebbero finora respinto l’idea, temendo che Israele possa tentare di assassinare l’ayatollah durante la cerimonia o di rintracciarne gli spostamenti fino al suo nascondiglio. I media iraniani evitano di nominarlo e, nel Paese, una sua partecipazione alle esequie viene considerata improbabile. Così Mojtaba resta nell’ombra dell’incertezza: dopo essere rimasto ferito negli attacchi che hanno ucciso il padre, non è mai apparso in pubblico e continua a comunicare soltanto attraverso dichiarazioni scritte.

Nonostante l’eventuale assenza di Mojtaba, la Repubblica islamica intende in ogni caso sfruttare i funerali come dimostrazione di forza nei confronti degli Stati Uniti, nel pieno dei negoziati che dovrebbero riprendere una volta concluse le esequie. Secondo Al Arabiya, il prossimo round è previsto per l’11 luglio in Pakistan e affronterà i tre principali nodi del negoziato: le sanzioni statunitensi contro Teheran, i fondi iraniani congelati e il programma nucleare. 

Intanto Donald Trump ha dichiarato ad Axios di seguire i funerali, confermando la sospensione dei colloqui durante le cerimonie. “Sono tutti lì. Un colpo e potremmo eliminarli tutti, ma non lo faremo perché altrimenti non avremmo nessuno con cui negoziare”, ha commentato il tycoon, prima di dirsi sorpreso nel vedere alcuni iraniani piangere ai funerali: “Forse sono lacrime finte”. 

Ma l’Iran “non piange Ali Khamenei. L’Iran piange oltre 40.000 figli e figlie massacrati l’8 e il 9 gennaio da Khamenei, Ghalibaf e dalla loro macchina repressiva”, ha affermato il figlio dell’ultimo Scià, Reza Pahlavi, in un messaggio rivolto “ai rappresentanti stranieri” presenti ai funerali. Oltre a Hamas e Hezbollah, alle cerimonie partecipano infatti anche i Paesi più vicini all’Iran.

Assenti, invece, gran parte degli Stati europei, Italia compresa, che non è stata invitata in quanto accusata dal regime di “complicità” nella guerra.