MIAMI - Se non si fosse parte in causa, guardando la partita a Buenos Aires, verrebbe da tifare Capo Verde, tanta è la grinta e la passione con cui la squadra rivelazione di questo Mondiale ha affrontato l’Argentina. Parola d’ordine: non concedere nulla. Succeda quel che succeda.

E al 29’ succede. Arriva il “solito” gol-capolavoro di Leo Messi, su assist di Lisandro Martínez.

I capoverdiani non si perdono d’animo e attaccano. Al 52’ Dibu Martínez para un tiro pericoloso. Al 59’ Deroy Duarte – figlio della diaspora capoverdiana, nato nei Paesi Bassi – segna il gol dell’1–1, approfittando di una difesa carente dell’Argentina.

Lionel Scaloni, con un nervosismo sempre più difficile da dissimulare, sostituisce Lautaro Martínez con Julián Álvarez e Thiago Almada con Nico González, poco dopo entra Nicolás Tagliafico per rimpiazzare Facundo Medina che accusa un problema a una gamba.

Il gioco si incendia, con alcuni tentativi di segnare da parte di entrambe le squadre, come il tiro di Leandro Paredes al 90’.

Nei minuti di recupero, l’Argentina perde l’occasione di chiudere il risultato con un calcio di punizione battuto da Messi, fermato in modo spettacolare del portiere capoverdiano, Vozinha (al secolo Josimar José Évora Dias). A 40 anni, dopo aver confessato candidamente di aver imparato a parare guardando dei video, è diventato una star mondiale e un eroe nazionale, proprio grazie alle sue fantastiche azioni ai Mondiali.

In meno di una settimana è passato da 50.000 follower a oltre 17 milioni. Secondo Google Trends, il suo soprannome ha registrato un aumento del 5.000% nelle ricerche web. Il suo salto di popolarità è stato tale da permettere alla madre, alla quale non era stato inizialmente concesso il visto di ingresso negli Usa, di raggiungerlo per fare il tifo dal vivo.

Ed è Vozinha (soprannome che suona più o meno come “nonnino”, in omaggio ai nonni che l’hanno cresciuto) il primo ad applaudire il gol del 2–1 dell’avversario Lisandro Martínez, arrivato al primo tempo supplementare. Accolto al Miami Stadium e nelle strade di Buenos Aires dal boato liberatorio di chi per un attimo ha temuto la possibilità di essere eliminati ai sedicesimi da una squadra di debuttanti: nata nel 1978 e al 71° posto nel ranking Fifa, gioca per la prima volta ai Mondiali.

Con i suoi 520.000 abitanti, Capo Verde è diventata la terza nazione meno popolosa a qualificarsi per una Coppa del Mondo, preceduta soltanto dall’Islanda, che partecipò ai Mondiali di calcio del 2018, e da Curaçao, altra nazionale qualificata per la prima volta quest’anno. Ma se per questi ultimi la partecipazione si è risolta in una gita scolastica dal sapore decoubertiniano, Capo Verde è riuscita a superare il girone eliminatorio contro Spagna, Uruguay e Arabia Saudita, con tre pareggi e appena due gol subiti.

Dopo il gol di Lisandro Martínez, è Sidny Lopes Cabral, difensore del Benfica, a riportare il risultato in pareggio.

Malgrado i tentativi quasi eroici dei capoverdiani, che regalano gli ultimi minuti di gioco al cardiopalma, l’Argentina vince 3-2, con una rete inizialmente attribuita a Cuti Romero e poi classificata come un autogol di Diney Borges.

Ora sorride, Leo Messi. Sorride di nuovo. Los muchachos vanno avanti. Capo Verde torna a casa.

La sconfitta brucia sempre, soprattutto pensando che, con un avversario meno forte, la squadra sarebbe arrivati agli ottavi. E forse chissà.

Eppure certe sconfitte valgono quasi quanto una vittoria. Una piccola isola dell’Atlantico, colonia portoghese fino al 1975, ha ricordato ai campioni del mondo che la palla è rotonda e che in campo il coraggio può ancora mettere in difficoltà il talento, l’esperienza e la tecnica.

Messi, Romero e Lisandro hanno evitato quella che sarebbe stata la più clamorosa eliminazione della loro storia recente. Ma Vozinha e i suoi compagni hanno conquistato un posto nella memoria di questo Mondiale e nel cuore di tanti tifosi. Con la quasi certezza che di loro si tornerà a parlare tra quattro anni.