CANBERRA - Hodan Abby, l’ultima tra le donne australiane note per legami con lo Stato islamico ancora in Siria, dovrebbe rientrare in Australia dopo oltre dieci anni tra il cosiddetto califfato dell’ISIS e i campi di detenzione curdi, mentre emergono accuse di schiavitù e violenze.

Abby, originaria di Western Sydney e di discendenza somala, lasciò l’Australia nel 2014, quando aveva 18 anni. Era partita con un’amica che, secondo quanto riportato all’epoca, aveva espresso online il desiderio di sposare un combattente jihadista. Per anni, il suo ritorno era stato ritardato da un Temporary Exclusion Order, misura usata contro persone ritenute un rischio per la sicurezza nazionale. Il mese scorso ha ottenuto il permesso di rientrare, con condizioni stringenti.

ABC ha raccolto la testimonianza di una donna yazida, indicata con il nome fittizio Sara, che afferma di essere stata detenuta da bambina nella casa di una donna conosciuta come “Umm Osama”, ritenuta possibile identità di Abby nel territorio controllato dall’ISIS. L’identificazione non è definitiva.

Gli yazidi furono presi di mira dallo Stato islamico nel 2014 con uccisioni di massa, deportazioni e schiavitù, in quello che le Nazioni Unite riconoscono come genocidio. Sara racconta di essere stata rapita nel nord dell’Iraq, venduta più volte e portata nel 2016, quando aveva circa nove o dieci anni, nella casa di un combattente straniero noto come “Abu Osama”, in Siria.

Secondo la sua testimonianza, nei primi tre giorni fu chiusa in una stanza senza cibo. Sara sostiene che Abu Osama l’avesse acquistata non per aiutare in casa, come avrebbe detto alla moglie incinta, ma per violentarla. Quando Umm Osama avrebbe scoperto gli abusi, secondo Sara, avrebbe iniziato a picchiarla, accusandola di volere il marito.

Sara afferma di essere stata costretta a pulire casa e fare il bucato ogni giorno, e di essere stata colpita con un bastone di legno, privata della doccia e fatta dormire per giorni nel bagno. Un’altra donna yazida, indicata come Layla, ha detto a ABC di avere visto lividi sul corpo di Sara e di avere assistito a maltrattamenti.

Un ex specialista delle Nazioni Unite sui diritti umani, che ha lavorato su casi legati all’ISIS, ha detto a ABC di ritenere che la donna nota come Umm Osama fosse Abby, sulla base di dichiarazioni raccolte da sopravvissute yazide. L’esperto ha precisato che altri testimoni potrebbero essere individuati con la collaborazione delle autorità australiane.

La Australian Federal Police non ha commentato eventuali accuse o indagini su Abby. Il Dipartimento degli Affari interni ha dichiarato, in termini generali, che gli australiani rientrati nel Paese e sospettati di avere violato la legge saranno indagati e, se necessario, sottoposti ad azione penale.

Quest’anno la AFP ha già incriminato due donne australiane rientrate dalla Siria per reati connessi con la schiavitù. Per Abby resta da chiarire se il rientro porterà a contestazioni formali. Sara ha detto di volere giustizia dopo un decennio: se la donna è viva e torna in Australia, ha affermato, deve essere punita.