WASHINGTON – Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha annunciato che lunedì illustrerà nel dettaglio le nuove misure economiche contro l’Iran, dopo che il presidente Donald Trump ha promesso una campagna di isolamento senza precedenti contro Teheran e contro i Paesi intenzionati a mantenerne aperti i canali finanziari.

Ospite dell’emittente CNBC, Bessent ha detto che i mercati petroliferi starebbero interpretando male la portata della nuova offensiva economica americana, dopo che i prezzi del greggio hanno raggiunto i massimi delle ultime tre settimane.

Secondo il segretario al Tesoro, una strategia di massima coercizione economica potrebbe ridurre la probabilità di una ripresa su larga scala delle operazioni militari.

“Se stiamo applicando la massima coercizione economica, allora probabilmente non ci sarà una ripresa cinetica su vasta scala”, ha affermato.

Bessent ha evitato di precisare se Washington possa colpire direttamente la Cina per i suoi rapporti commerciali con l’Iran, sostenendo che alcune discussioni debbano svolgersi in privato.

Ha però richiamato la dipendenza cinese dalle forniture energetiche del Golfo e ha sostenuto che Pechino avrebbe interesse a collaborare con gli Stati Uniti per favorire la piena riapertura dello Stretto di Hormuz e una riduzione dei prezzi dell’energia.

Trump aveva annunciato mercoledì una nuova fase di “guerra economica e isolamento su una scala senza precedenti”, avvertendo che qualsiasi Paese permetta a banche, imprese, aeroporti o organismi governativi di fornire una qualsiasi forma di aiuto all’Iran potrebbe subire “enormi conseguenze economiche”.

Il presidente non ha tuttavia indicato quali strumenti verranno adottati né quali Stati potrebbero essere direttamente interessati.

L’Iran convive con sanzioni economiche americane da quasi mezzo secolo, dal momento dellla Rivoluzione islamica del 1979.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha definito le dichiarazioni di Trump un tentativo di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica americana dai problemi economici interni, tra cui l’aumento del debito e dei tassi d’interesse.

Secondo Araqchi, proseguire su politiche già fallite produrrebbe soltanto nuovi insuccessi e farebbe ulteriormente crescere l’ostilità della popolazione iraniana nei confronti di Washington.

Il conflitto, iniziato quasi sei mesi fa con l’intervento degli Stati Uniti e di Israele, ha provocato migliaia di morti e coinvolto rapidamente diversi Paesi del Golfo.

L’Iran ha dimostrato di poter limitare il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale prima della guerra transitava circa un quinto del petrolio commercializzato a livello mondiale.

Due accordi di cessate il fuoco, annunciati in aprile e giugno, sono rapidamente falliti.

Già prima della guerra, Teheran si trovava a gestire un’inflazione elevata, una valuta in indebolimento, carenze energetiche e difficoltà strutturali. Ora deve fare i conti anche con infrastrutture danneggiate, commercio interrotto, perdita di produzione e costi di ricostruzione.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha riconosciuto la gravità della situazione economica, attribuendo l’inflazione al blocco americano dei porti iraniani e alle sanzioni sulle esportazioni di petrolio.