LONDRA - I medici dovrebbero astenersi dal formulare diagnosi sui capi di Stato basandosi solo su uscite pubbliche, ma per Donald Trump “è necessaria una valutazione clinica urgente, ora più che mai”. È quanto sostengono il neurologo David Nicholl (Sandwell Health Campus) e l’esperta di cure primarie Trish Greenhalgh (Università di Oxford) in un editoriale pubblicato sul British Medical Journal.
L’articolo solleva un interrogativo cruciale: il diritto alla riservatezza di un leader deve essere assoluto? Sebbene gli standard professionali vietino ai medici di commentare la salute di figure pubbliche, gli autori sottolineano che le decisioni di un capo di Stato hanno conseguenze di vita o di morte per milioni di persone. Come ricordato dal BMJ, uno psichiatra sintetizzò efficacemente il punto anni fa: “È possibile essere malati di mente e comunque idonei a ricoprire una carica, ma è anche possibile non essere malati e non essere comunque idonei”.
Gli interrogativi su un possibile declino cognitivo di Trump nascono dall’osservazione di comportamenti specifici, come la tangenzialità e la disinibizione; al riguardo, il New York Times ha evidenziato una tendenza a saltare da un argomento all’altro senza connessioni logiche e la presenza di frequenti errori linguistici, come chiamare “Leon” Musk il magnate Elon.
Parallelamente, analisi di siti come StatNews indicano che la complessità del suo linguaggio si è drasticamente ridotta dagli anni ‘80 a oggi, mentre recentemente sono state segnalate frasi sconnesse e apocalittiche, tra cui l’annuncio che un’intera civiltà morirà stanotte in merito al conflitto con l’Iran.
Alcuni esperti, come lo psicologo clinico John Gartner, si sono spinti a ipotizzare una variante comportamentale della demenza frontotemporale (bvFTD). Tale condizione viene considerata in presenza di almeno tre criteri, tra cui la perdita di buone maniere o del decoro, il compimento di azioni impulsive o imprudenti e la diminuzione dell’empatia e dell’interesse sociale. Tuttavia, il BMJ invita alla cautela: criteri come la “perdita di calore personale” sono soggettivi.
Nicholl e Greenhalgh distinguono infatti tra “commento clinico” (una diagnosi formale) e “preoccupazioni clinicamente informate”. Senza test neuropsicologici approfonditi e diagnostica per immagini (come una risonanza magnetica, mai presentata pubblicamente da Trump), una diagnosi definitiva resta impossibile.
Il dibattito non è nuovo. Già nel 2017, un team guidato da Gartner definì il presidente “paranoico e delirante”, invocando il 25° emendamento per la rimozione dall’incarico. Ancora prima, nel 2016, tre psichiatri scrissero a Barack Obama sollecitando una valutazione medica imparziale per il presidente eletto.
In conclusione, Nicholl e Greenhalgh concordano: la tendenza alla “distrazione” e l’incapacità di distinguere tra fantasia e realtà rendono quella valutazione medica (richiesta già dieci anni fa) una priorità assoluta per la sicurezza globale nel 2026.