SYDNEY – L’Australia è alle soglie di un’espansione senza precedenti dei data centre, alimentata dalla rapida diffusione dell’intelligenza artificiale e destinata a produrre decine di miliardi di dollari di investimenti e migliaia di nuovi posti di lavoro.

Harry Murphy Cruise, direttore degli studi economici di Oxford Economics, ha dichiarato ieri a una conferenza a Sydney che il Paese si trova “alla vigilia di un boom dei data centre”, mentre aziende e lavoratori adottano sempre più rapidamente strumenti basati sull’AI.

Negli Stati Uniti, che guidano questa trasformazione, circa il 30 per cento delle imprese dispone già di un abbonamento a pagamento ai servizi dei principali operatori, tra cui OpenAI e Anthropic, tramite prodotti come ChatGPT e Claude.

Oxford Economics prevede che in Australia il tasso di adozione raggiunga circa il 50 per cento nel prossimo decennio e possa successivamente avvicinarsi all’80 per cento.

Giappone, Cina e India seguiranno una traiettoria analoga, ma più lentamente, anche a causa del maggior peso delle occupazioni manuali nelle rispettive economie, dove le applicazioni dell’intelligenza artificiale sono per ora meno immediate.

L’analisi individua tra le professioni maggiormente esposte all’automazione grafici, web designer e illustratori, seguiti dagli addetti all’inserimento dati, dalle mansioni basate principalmente sull’uso della tastiera e dal telemarketing.

Molto meno esposti risultano invece mestieri come muratori specializzati nelle opere in cemento, elettricisti e chirurghi.

Secondo Murphy Cruise, entro il 2060 l’AI potrebbe essere in grado di sostituire circa il 15 per cento delle mansioni e delle attività oggi esistenti. Ciò non significherebbe necessariamente una riduzione complessiva dell’occupazione, perché i guadagni di produttività potrebbero generare nuova domanda e nuove opportunità lavorative.

Per l’Australia, Oxford Economics stima un incremento della produttività attribuibile all’AI di circa il 2,5 per cento entro il 2035 e del 4,5 per cento entro il 2060.

Una maggiore efficienza, secondo gli economisti, consentirebbe alle imprese di aumentare le retribuzioni, ridurre i prezzi oppure ottenere maggiori profitti. I primi due effetti accrescerebbero direttamente la capacità di spesa delle famiglie.

La trasformazione richiederà però un’imponente rete fisica per sostenere la capacità di calcolo necessaria.

Michael Brennan, responsabile delle analisi d’impatto di Oxford Economics, prevede che gli investimenti australiani nei data centre aumentino dagli attuali 20 miliardi di dollari nel 2026 a circa 60 miliardi entro il 2030.

Considerando gli effetti sull’intera filiera, dai servizi di telecomunicazione all’ingegneria, dalla costruzione alla manutenzione, i data centre potrebbero generare 78 miliardi di dollari di attività economica entro la fine del decennio e sostenere mediamente tra 80mila e 100mila posti di lavoro all’anno.

La crescita presenta tuttavia una difficoltà fondamentale sul fronte energetico.

Entro dieci anni i data centre potrebbero assorbire tra il cinque e il 12 per cento dell’elettricità generata in Australia.

Alex Hooper, specialista del settore energie di Oxford Economics, ha osservato che ai costruttori viene sempre più spesso chiesto di ridurre da sei anni a uno i tempi necessari per realizzare nuovi impianti, mentre la costruzione delle infrastrutture energetiche può richiedere molto più tempo.

Una divergenza che, secondo Oxford Economics, richiederà un intervento coordinato dei governi affinché l’espansione dell’AI possa procedere senza mettere in crisi la rete elettrica.