SYDNEY - L’Australia si prepara a diventare un polo globale per i data centre, ma la corsa alle infrastrutture digitali apre un problema politico ed energetico che il governo Albanese non può ignorare: la transizione digitale richiede quantità crescenti di elettricità, proprio mentre la transizione climatica impone di ridurre emissioni e consumo di energia fossile.
Nel Paese ci sono già oltre 250 data centre, concentrati soprattutto attorno a Sydney e Melbourne. Alcuni sono strutture tradizionali di piccole dimensioni, con un uso contenuto di acqua. Altri sono grandi impianti hyperscale, necessari per cloud, servizi informatici e intelligenza artificiale, ma molto più esigenti in termini di energia, rete e raffreddamento.
Secondo un nuovo rapporto del Climate Council, il numero di centri dati in Australia potrebbe triplicare entro il 2030. L’espansione assorbirebbe una quota crescente di elettricità, energia rinnovabile, acqua e capacità internet, con possibili ricadute dirette sui cittadini. Il rapporto stima aumenti delle bollette fino al 26 per cento nel New South Wales e al 23 per cento nel Victoria entro il 2035.
La direttrice del Climate Council, Amanda McKenzie, ha avvertito che i prezzi potranno restare sotto controllo solo se la crescita dei data centre sarà accompagnata da un aumento equivalente della produzione da fonti rinnovabili. In caso contrario, ha detto, l’Australia potrebbe essere costretta a mantenere in funzione più a lungo le centrali a carbone, con costi maggiori e prezzi più alti per i consumatori.
Il dato mette in luce una tensione di fondo. Da un lato, il governo spinge sulla decarbonizzazione e sulla sostituzione delle fonti fossili. Dall’altro, incoraggia una trasformazione digitale che consuma più elettricità, più acqua e più capacità di rete. Se le due politiche non avanzano di pari passo, il rischio è una transizione doppia solo sulla carta: pulita nelle intenzioni, più energivora nei fatti.
La domanda idrica è un altro punto sensibile. Il rapporto stima che questi centri digitali consumeranno fino a 17 gigalitri d’acqua nei prossimi cinque anni. Entro il 2030, potrebbero arrivare a usare l’1,9 per cento della fornitura idrica di Sydney e lo 0,9 per cento di quella di Melbourne. Sydney Water avrebbe già ricevuto domande e richieste per singoli impianti capaci di consumare fino a 40 milioni di litri al giorno, l’equivalente di 16 piscine olimpiche.
Il governo federale ha fissato cinque aspettative per data centre e società di intelligenza artificiale, tramite un protocollo d’intesa firmato finora da Anthropic e Microsoft. Le aziende dovrebbero agire nell’interesse nazionale, sostenere la transizione verso le rinnovabili, ridurre l’uso dell’acqua, creare posti ben pagati e contribuire a ricerca e innovazione. Ma gli impegni non sono legalmente vincolanti.
L’esperto di energie Joel Gilmore ha avvertito che, senza regole chiare, il settore potrebbe replicare alcune distorsioni dell’industria del gas da esportazione: profitti privati concentrati e costi distribuiti sui cittadini.
Il ministro aggiunto per Scienza e Tecnologia Andrew Charlton ha detto che l’Australia ha energia rinnovabile, terra, stabilità e posizione geografica per attrarre investimenti. Ha però riconosciuto il punto fondamentale: se il governo non potrà garantire alle famiglie che i data centre non faranno salire le bollette, non consumeranno troppa acqua e non peggioreranno i quartieri, il settore rischierà anni di opposizione pubblica.