MONTEVIDEO - La riforma della cittadinanza, il progetto di una nuova legge elettorale e la revisione delle circoscrizioni estere rappresentano, secondo il politologo uruguaiano Oscar Bottinelli, elementi di una stessa tendenza verso la progressiva restrizione dell’elettorato e della rappresentanza politica degli italiani residenti fuori dal Paese. 

Professore di Sistema politico ed elettorale all’Università della Repubblica dell’Uruguay e commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia, Bottinelli inserisce il dibattito italiano in una tendenza più ampia che starebbe interessando diverse democrazie. 

“Credo che nel mondo occidentale sia in corso un processo di erosione del fair play elettorale”, afferma il politologo, secondo cui il fenomeno “non è nuovo e non ha un unico segno ideologico”. 

Bottinelli fa riferimento, pur sottolineando le differenze tra i singoli casi, agli esempi che arrivano dai tentativi di modificare le regole elettorali, come sta accadendo con il voto per corrispondenza negli Stati Uniti, e dall’utilizzo di strumenti giudiziari o istituzionali per condizionare la partecipazione di candidati politici, come nel caso di Marine Le Pen in Francia. 

È in questo quadro, secondo il professore, che colloca anche la recente riforma italiana della cittadinanza del marzo 2025, che ha limitato la trasmissione dello ius sanguinis senza introdurre parallelamente un vero principio di ius soli. 

“Invece di combinare entrambi i principi in modo inclusivo, li combina in senso restrittivo”, osserva Bottinelli, sostenendo che la scelta diventa oggi più comprensibile se messa in relazione con il progetto di riforma elettorale: “Prima si riduce la possibilità di ampliare l’elettorato e poi si modificano le regole della rappresentanza”. 

L’impressione del politologo è che si cerchi di limitare sia l’inclusione politica degli immigrati sia l’influenza degli italiani residenti all’estero, che in alcune delle principali comunità italiane nel mondo, soprattutto nell’Europa occidentale e nell'America del sud, hanno manifestato negli ultimi anni una maggiore propensione verso il centrosinistra. 

“La cittadinanza e la riforma elettorale sembrano due parti di una stessa strategia”, osserva Bottinelli. 

Nello specifico della nuova legge elettorale, il professore distingue due questioni: La contrapposizione tra liste bloccate e voto di preferenza da parte, e il cosiddetto premierato, vale a dire l’elezione o la legittimazione diretta del presidente del Consiglio dei ministri, dall'altra. 

Secondo Bottinelli, una cosa è eleggere direttamente il Presidente all’interno di un regime presidenziale o semipresidenziale, altra cosa è eleggere direttamente il capo del Governo continuando a mantenere una struttura parlamentare. 

“L’unico Paese parlamentare che sperimentò per un breve periodo l’elezione diretta del primo ministro fu Israele. L’esperienza non funzionò, soprattutto per la forte frammentazione del sistema dei partiti, e si tornò al parlamentarismo classico”, ricorda il politologo. 

Il Presidente della Repubblica italiano, inoltre, non esercita una funzione soltanto simbolica. “La storia italiana mostra numerosi casi in cui il Presidente della Repubblica è intervenuto nella formazione del Governo: ha posto veti o suggerito nomi di ministri e ha perfino influito sull’uscita di scena di presidenti del Consiglio”, afferma Bottinelli. 

In questo quadro, spiega, rafforzare la legittimazione elettorale del capo del Governo  “può produrre un conflitto tra due figure dotate di una forte autorità politica: da un lato, il capo dello Stato, dall’altro un presidente del Consiglio eletto o indicato direttamente dai cittadini”. 

Rimarrebbe inoltre irrisolto il rapporto tra la legittimazione popolare del premier e la fiducia parlamentare. “Il regime continuerebbe a essere parlamentare. Rimane quindi il problema della fiducia. Che cosa accade se il presidente del Consiglio eletto direttamente perde la fiducia parlamentare?”, si domanda Bottinelli, concludendo che “dal punto di vista della teoria costituzionale e dell’organizzazione del Governo si tratta di un sistema con molte possibilità di generare difficoltà e cortocircuiti istituzionali”. 

Il politologo osserva che anche il semipresidenzialismo francese ha mostrato problemi quando il Presidente non disponeva di una maggioranza parlamentare corrispondente al proprio orientamento politico, e proprio negli ultimi anni Emmanuel Macron si è trovato a "coabitare", ossia governare senza una maggioranza parlamentare propria.  

“In questo modo, sistemi che formalmente non sono presidenziali possono finire per funzionare in maniera sempre più presidenziale”, afferma, sostenendo che il cosiddetto premierato forte italiano comporterebbe “una presidenzializzazione del Governo, ma mantenendo un Capo dello Stato dotato di competenze e influenza proprie”. 

Per Bottinelli, quindi, sarebbe più coerente adottare chiaramente un regime presidenziale, come quello statunitense, o semipresidenziale, come quello francese, piuttosto che creare un premierato forte all’interno di un sistema che continua a dipendere dalla fiducia parlamentare. 

Per il politologo la riforma sembrerebbe quindi fondarsi sulla previsione che il centrodestra possa diventare lo schieramento più votato, visto che se le diverse forze dell’area riuscissero a unirsi - superando l’incognita rappresentata dal neonato partito di Roberto Vannacci - un premio di maggioranza attribuito alla prima coalizione permetterebbe di trasformare un vantaggio elettorale relativo in una maggioranza parlamentare molto ampia. 

“Quando queste modifiche vengono messe in relazione con le restrizioni introdotte in materia di cittadinanza, si intravede qualcosa di più di un progetto per il Paese. Sembra un progetto di potere: un modo per conservare il Governo attraverso il cambiamento delle regole del gioco e la manipolazione delle condizioni della competizione elettorale”, sostiene il professore. 

Il passaggio più rilevante per le comunità italiane nel mondo, però, riguarda la discussa revisione delle circoscrizioni estere, che secondo Bottinelli “deve essere collocata nello stesso contesto. Prima si è limitata la crescita dell’elettorato attraverso la riforma della cittadinanza. Ora si restringono i collegi elettorali degli italiani residenti fuori dal Paese”. 

Secondo il professore, il ridimensionamento delle ripartizioni e la creazione, per il Senato, di un unico collegio mondiale nel quale verrebbero eletti tutti e quattro i senatori della Circoscrizione Estero renderebbero ancora più debole il rapporto tra gli elettori e i loro rappresentanti. 

“In termini pratici, la modifica equivale quasi a eliminare l’incidenza del voto estero nelle elezioni politiche”, sostiene Bottinelli, aggiungendo che il voto degli italiani residenti fuori dal Paese conserverebbe un peso effettivo soprattutto nei referendum, nei quali ogni voto incide sul risultato nazionale allo stesso modo, indipendentemente dal luogo di residenza. 

Nelle elezioni parlamentari, invece, la rappresentanza estera è stata fin dalla sua introduzione inferiore rispetto alla proporzione dei cittadini iscritti all’estero sul totale degli aventi diritto. 

Anche il sistema attuale presenta problemi, visto che nella ripartizione dell’America meridionale la maggior parte dei parlamentari eletti è da sempre provenuta dall’Argentina e, in misura minore, dal Brasile, con pochissime eccezioni. 

“Poiché i candidati appartenevano a Paesi diversi, gli elettori uruguaiani generalmente non sapevano chi fossero i candidati argentini o brasiliani. Allo stesso modo, gli argentini potevano non conoscere i candidati brasiliani e i brasiliani quelli argentini”, osserva. 

Una circoscrizione ulteriormente ampliata, che riunisse comunità distribuite in America del Sud, Europa, Nord America e Australia, renderebbe quasi incolmabile questa distanza. 

“Il cittadino difficilmente può conoscere i candidati. Potrà votare, al massimo, per un orientamento politico generale: centrodestra o centrosinistra. Ma si perde quasi completamente il rapporto tra rappresentanza, territorio e comunità”, sottolinea Bottinelli. 

Il politologo considera più ragionevole un sistema nel quale il cittadino residente fuori dal Paese voti nella circoscrizione italiana in cui è registrato, partecipando direttamente alla scelta dei rappresentanti di quel territorio. 

“È il modello seguito, per esempio, dalla Spagna, dove una persona residente all’estero continua a votare nella comunità autonoma e nella provincia di iscrizione”, spiega. 

Il voto dall’estero, ricorda Bottinelli, nacque storicamente come un’estensione del voto per corrispondenza, non come un sistema autonomo di rappresentanza. L’Italia ha invece scelto di creare una circoscrizione estera, trasformando i parlamentari eletti fuori dal territorio nazionale in rappresentanti specifici delle comunità emigrate. 

Secondo il professore, alla base di questa scelta vi era anche il timore che il voto proveniente dall’estero potesse modificare direttamente il risultato elettorale. 

A questo riguardo, Bottinelli ricorda il caso delle elezioni del 2006. “I voti dell’estero permisero al centrosinistra di ottenere quattro dei sei senatori corrispondenti a quelle circoscrizioni, ai quali si aggiunse un indipendente che raggiunse un accordo con quello schieramento. In questo modo, il voto estero contribuì a formare la maggioranza al Senato. 

La successiva riduzione del numero dei parlamentari ha diminuito ulteriormente gli eletti nelle circoscrizioni estere, ma la sottorappresentazione, sottolinea il politologo, esisteva già prima del taglio. 

“Se i cittadini iscritti fuori dall’Italia rappresentano circa il 10 per cento delle persone aventi diritto al voto, non hanno mai avuto il 10 per cento né dei deputati né dei senatori”, osserva. 

La nuova modifica rischierebbe quindi di aggravare una disparità già esistente, allontanando ulteriormente gli eletti dalle rispettive comunità e riducendo la capacità degli italiani residenti all’estero di incidere sulle decisioni politiche nazionali. 

“Il voto estero è nato con una rappresentanza limitata e ora rischia di essere ulteriormente ristretto”, conclude Bottinelli, che conclude: “La sottorappresentazione esiste fin dall’origine del voto estero, e la nuova riforma può aggravarla fino a rendere quasi irrilevante la partecipazione elettorale degli italiani fuori dal Paese”.