WASHINGTON - Alla guerra dei missili si affianca quella dei numeri, con un bilancio delle perdite umane tra i soldati statunitensi che finisce al centro di un acceso dibattito negli Stati Uniti.

Secondo una ricostruzione fornita dal sito investigativo The Intercept, specializzato in temi di Intelligence e Difesa, il Pentagono starebbe adottando un nuovo metodo per conteggiare militari uccisi e feriti che un funzionario del governo Usa, sotto anonimato, ha definito “progettato per nascondere il numero reale”. 

Fin dall’inizio delle ostilità con Teheran, le perdite ufficiali venivano monitorate e rese pubbliche attraverso il Defense Casualty Analysis System (Dcas), la piattaforma istituzionale incaricata di tracciare il personale “deceduto, ferito, malato o lesionato” per conto del Congresso e del Presidente. Tuttavia, i dati finora mostrati sarebbero frutto di una marcata sottostima dovuta a quello che la medesima fonte governativa ha descritto come un “insabbiamento delle perdite”. 

I dubbi sulla trasparenza dei dati si sono intensificati all’inizio di luglio, a seguito di un’ondata di raid iraniani contro le postazioni statunitensi in Medio Oriente. Dal 7 luglio in poi, la Difesa ha iniziato a registrare i feriti e i caduti all’interno di una sezione distinta della piattaforma, rubricata sotto l’etichetta generica di “Overseas Operations” (Operazioni all’estero). 

Stando al bilancio integrato nella nuova pagina pubblicata lunedì, le perdite registrate dal 7 luglio ammontano a 273 militari tra morti e feriti. Raccordando questa cifra con i dati precedentemente archiviati sulla pagina Dcas dedicata alla guerra con l’Iran, il totale ufficiale delle vittime sale a 704 persone, segnando un incremento dell’83% rispetto ai numeri dell’8 aprile, data in cui l’amministrazione Trump e Teheran concordarono il primo cessate il fuoco. Se si aggiungono al calcolo le vittime accertate ma non incluse nei registri digitali, il bilancio complessivo supera quota 900. 

Parallelamente, si registrano discordanze contabili anche nelle pagine preesistenti: se al 21 luglio il registro Dcas associato all’Operazione Epic Fury (la denominazione ufficiale del conflitto) indicava 500 perdite, lo stesso contatore è successivamente sceso a 431. 

Invitato a chiarire le ragioni del cambio di rendicontazione (già oggetto di approfondimenti da parte del New York Times), il Pentagono ha risposto dichiarando che “poiché l’Operazione Epic Fury si è conclusa, il Dipartimento classifica ora le perdite come operazioni all’estero nell’area di responsabilità del Centcom”, facendo riferimento al comando che gestisce le forze Usa in Medio Oriente. 

Una spiegazione contestata dalla fonte citata da The Intercept, secondo cui “è chiaramente un sistema studiato per occultare il numero dei feriti”, sebbene la stessa testata abbia ammesso che anche “l’incompetenza” amministrativa abbia giocato un ruolo nella sovrapposizione delle cifre.  

La controversia fa seguito alle dichiarazioni rilasciate il 20 luglio dal portavoce del Pentagono Sean Parnell, che aveva bollato come “infondate e maliziose” le ricostruzioni sulle presunte omissioni relative a decine di vittime. Nello stesso giorno, tuttavia, una fonte informata aveva rivelato a The Intercept che la sequenza dei raid iraniani aveva causato “molti più” feriti rispetto a quelli riconosciuti dal governo. 

A determinare l’impennata dei danni e delle vittime sarebbero stati gli attacchi sferrati a partire dal 9 luglio contro almeno nove basi statunitensi della regione. Fonti riservate riferiscono che le forze armate di Teheran sono riuscite a superare lo scudo aereo statunitense combinando l’uso di droni d’attacco e missili balistici avanzati, a dispetto delle rassicurazioni fornite per mesi dal presidente Donald Trump e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth circa il totale smantellamento del potenziale militare iraniano.