GINEVRA -La malattia di Chagas è una patologia infettiva parassitaria causata dal protozoo Trypanosoma cruzi. Definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come una “malattia tropicale negletta”, è storicamente e strettamente legata a contesti di forte vulnerabilità sociale. Se non viene diagnosticata e curata tempestivamente, questa infezione può trasformarsi in una patologia cronica e, in molti casi, letale.
Ad oggi, si stima che circa 6 milioni di persone convivano con l’infezione, principalmente in America Latina, dove paesi come Brasile, Argentina, Bolivia e Venezuela registrano la diffusione più alta. La Bolivia, in particolare, detiene il primato della prevalenza nazionale, con una forbice compresa tra 80 e 115 nuovi casi ogni 100.000 persone all’anno.
Il nome della patologia deriva dal medico brasiliano Carlos Chagas, che la descrisse per la prima volta nel 1909. Come ricorda una scheda tecnica dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS): “È trasmessa principalmente da insetti simili a cimici (Triatominae) lunghi tra 1 e 4 centimetri che si nutrono di sangue. Sono attivi solo di notte e durante il sonno possono pungere la pelle su parti scoperte (soprattutto il viso e le labbra, per cui sono dette anche ‘kissing bugs’, insetti che baciano) per nutrirsi. Durante il pasto di sangue rilasciano feci contenenti il parassita e l’uomo si infetta grattandosi o portandosi alla bocca o agli occhi le mani, contaminate con le feci delle Triatomine contenenti il parassita vitale”.
Nelle aree rurali ed endemiche questa resta la modalità principale, ma i flussi migratori hanno modificato radicalmente il volto della malattia, trasformandola da fenomeno prettamente rurale a problema urbano. Il professor Hany Elsheikha dell’Università di Nottingham ha spiegato che la diffusione al di fuori delle campagne è stata “un’introduzione silenziosa, guidata principalmente dalle migrazioni”.
Nelle città hanno preso il sopravvento nuove vie di contagio. Una delle più rilevanti è la trasmissione per via orale. Il professor David Moore, docente di malattie infettive e medicina tropicale presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine (LSHTM), ha chiarito l’equivoco comune: “Non si tratta di una puntura. Si tratta dell’ingestione di qualcosa che potrebbe essere contaminato: un insetto schiacciato o della frutta contaminata da escrementi di insetti che non è stata lavata o trattata correttamente”. Secondo i National Institutes of Health (NIH) statunitensi, il contagio alimentare rappresenta ormai la modalità più comune in Brasile, coprendo oltre la metà di tutti i casi acuti registrati nel Paese.
Il vero pericolo della malattia di Chagas risiede nella sua natura silente. “Spesso le persone contraggono l’infezione da bambini, vivendo in zone rurali, e poi ne rimangono portatrici per tutta la vita, a meno che non ricevano un trattamento” ha aggiunto il professor Moore, sottolineando come l’infezione si trasformi col tempo in una vera e propria “bomba a orologeria, sviluppando malattie cardiache molti anni dopo”.
Il decorso clinico presenta infatti una fase iniziale asintomatica o con sintomi del tutto generici. “Dopo l’infezione, può esserci un periodo di remissione molto lungo. Le persone possono sentirsi perfettamente bene, addirittura in ottima salute, quindi non ne percepiscono l’utilità per sottoporsi a un test” evidenzia il professor Elsheikha. Ciononostante, circa il 30% delle persone infette svilupperà decenni più tardi gravi complicazioni cardiache – tra cui aritmie, insufficienza cardiaca e ictus – a causa del progressivo ingrossamento e indebolimento del muscolo cardiaco.
Dal punto di vista terapeutico, i due farmaci attualmente disponibili (benznidazolo e nifurtimox) garantiscono un’efficacia vicina al 100% se somministrati precocemente. Tuttavia, questa opzione si scontra con la drammatica assenza di diagnosi.
I dati epidemiologici dell’OMS tracciano un quadro critico: in molti Paesi meno di una persona infetta su 10 riceve una diagnosi ufficiale e, nelle aree più svantaggiate, si scende sotto l’1%. “In America Latina, al momento, forse solo il 10-20% delle persone riceve una diagnosi, il che significa che circa l’80-90% potrebbe non sapere nemmeno di essere infetto o meno” rimarca il professor Elsheikha, sottolineando che anche molti medici non conoscono a sufficienza la patologia per sospettarla in fase clinica. Molto spesso la scoperta avviene in modo del tutto fortuito, durante gli screening di routine per le donazioni di sangue, i test di gravidanza o i controlli preventivi per i trapianti di organi.
Questa enorme quota di sommerso alimenta la principale via di trasmissione odierna: quella verticale, ovvero da madre a figlio durante la gestazione. Quando una donna incinta è portatrice del parassita, questo può attraversare la placenta; circa il 5-10% di queste gravidanze si conclude con una trasmissione congenita.
Poiché la stragrande maggioranza delle madri è asintomatica, la quasi totalità di queste trasmissioni non viene rilevata né monitorata alla nascita. Nonostante diversi Paesi latinoamericani abbiano avviato programmi di prevenzione, la copertura non è ancora universale.
Il professor Moore ha evidenziato la gravità di questo scenario: “Tra un numero così elevato di donne in età fertile, la trasmissione congenita è diventata la principale modalità di trasmissione. Ora si verificano più nuove infezioni in questo modo che attraverso qualsiasi altra via. Per interrompere questo fenomeno, è fondamentale un sistema di test per le donne incinte a rischio, ma questo sistema è ancora scarsamente implementato nella regione”.