NEW YORK - La violenza e la tensione nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, continuano a registrare una grave escalation, con conseguenze drammatiche in particolare per i minori. L’allarme è stato lanciato da Hannan Sulieman, vicedirettrice generale dell’Unicef, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicata alla crisi nella regione. 

“La situazione nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, continua a deteriorarsi (...) negli ultimi tre anni, la violenza dei coloni e le operazioni sempre più militarizzate hanno subito una forte escalation in tutta la Cisgiordania”, ha esordito Sulieman nel suo intervento. 

I dati presentati dalla rappresentante dell’Unicef tracciano un quadro drammatico relativo all’impatto del conflitto sui più giovani.

“Tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno, l’Onu ha verificato che 174 bambini palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est: si tratta di più di un bambino alla settimana – ha denunciato Sulieman –. Più di 1.500 sono rimasti feriti. Quasi la metà dei feriti è stata colpita da proiettili veri. Nello stesso periodo, tre bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti. I ragazzi, in particolare gli adolescenti, costituiscono la maggior parte dei bambini uccisi e feriti. L’Onu continua a monitorare e verificare gravi violazioni ai danni dei bambini in Cisgiordania”. 

Parallelamente, la vicedirettrice ha evidenziato l’aumento degli attacchi condotti dalle comunità dei coloni.

“Stanno aumentando gli episodi di violenza da parte dei coloni – ha affermato –. Tra gli episodi documentati figurano bambini colpiti da arma da fuoco, picchiati, accoltellati e spruzzati con spray al peperoncino, abitazioni e mezzi di sussistenza attaccati, infrastrutture idriche danneggiate o distrutte. E come indicato nell’ultima relazione annuale del Segretario Generale sui bambini e i conflitti armati, l’assunzione di responsabilità per le gravi violazioni commesse contro i bambini rimane estremamente rara. Questi episodi lasciano ben più che ferite fisiche. I bambini che sopravvivono a gravi lesioni potrebbero convivere con disabilità per il resto della loro vita. Alcuni rischiano l’arresto. Altri faticano a tornare a scuola. Esporre un bambino alla violenza, alle incursioni, alle intimidazioni e allo sfollamento comporta un profondo impatto psicologico”. 

Le difficoltà per la popolazione infantile si estendono all’accesso ai servizi essenziali e al sistema scolastico. Sulieman ha citato i dati del cluster sull’istruzione, evidenziando che “oltre 800mila bambini in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, incontrano ostacoli all’accesso a un’istruzione sicura e continuativa a causa della chiusura delle scuole, dell’insicurezza, delle restrizioni alla circolazione e dei danni alle infrastrutture. Solo nel 2026 sono stati documentati 99 episodi legati all’istruzione, tra cui bambini uccisi, feriti o arrestati all’interno delle scuole o mentre ci si recavano; scuole demolite; edifici scolastici utilizzati dalle forze armate; e bambini a cui è stato negato l’accesso all’istruzione”. 

A questo quadro si aggiungono i limiti alla libertà di movimento. Riferendo le stime dell’Ocha (l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari), Sulieman ha ricordato che “in tutta la Cisgiordania, negli ultimi due anni e mezzo sono state imposte oltre 900 ulteriori barriere e restrizioni alla circolazione. Molti varchi vengono chiusi frequentemente, il che comporta forti limitazioni alla libertà di movimento e all’accesso ai servizi essenziali, compresi i servizi sanitari e le fonti idriche”. 

Preoccupante anche la situazione legata alle detenzioni. Richiamando i dati forniti dal Servizio penitenziario israeliano, la vicedirettrice ha indicato che “almeno 355 bambini palestinesi della Cisgiordania sono attualmente detenuti nelle strutture militari israeliane: si tratta del numero più alto degli ultimi otto anni”.

Sulieman ha precisato che “quasi la metà – 164 bambini – è sottoposta a detenzione amministrativa senza alcuna accusa né processo. I bambini detenuti continuano a denunciare violenze, maltrattamenti, trattamenti umilianti e degradanti, nonché condizioni di vita difficili. Con una situazione di alimentazione e igiene inadeguate che provoca un’estrema perdita di peso e una diffusione dilagante della scabbia tra i minori detenuti”. 

Nonostante le crescenti avversità operative, le organizzazioni internazionali mantengono la loro presenza sul territorio per assistere la popolazione colpita.

“L’Unicef e i suoi partner rimangono sul campo – ha concluso Sulieman – quando le famiglie sono costrette ad abbandonare le proprie case, l’Unicef e i suoi partner forniscono assistenza di emergenza, servizi di salute mentale e di sostegno psicosociale, denaro contante, acqua potabile e prodotti per l’igiene, oltre a sostegno per garantire la continuità dell’istruzione. Ma l’assistenza umanitaria può solo mitigare le conseguenze. Non può eliminare le cause. Questo richiede un’azione politica”.