BUENOS AIRES - La Corte Suprema di Giustizia ha stabilito un principio destinato a segnare un precedente fondamentale nella tutela della privacy: lo Stato nazionale non può utilizzare dati personali dei cittadini — come numero di telefono, indirizzo o email — senza il loro consenso.

Con questa decisione, il massimo tribunale nazionale ha inoltre dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della Legge sulla protezione dei dati personali, ritenendo che limitino “in modo eccessivo e ingiustificato i diritti alla privacy e all’autodeterminazione informativa”, garantiti dalla Costituzione.

La sentenza rappresenta un chiaro avvertimento a tutti gli organismi statali sul trattamento dei dati personali. Secondo la Corte, non esiste un interesse legittimo che giustifichi la creazione di un sistema statale di raccolta e circolazione dei dati senza che i cittadini ne siano a conoscenza. Nel provvedimento, firmato dai giudici Horacio Rosatti, Ricardo Lorenzetti e dal giudice aggiunto Daniel Bejas, si sottolinea che non è rilevante quale ente pubblico intervenga, né la natura delle informazioni o l’interesse pubblico coinvolto: la tutela della privacy resta prioritaria.

La decisione nasce da un’azione di habeas data presentata da Carmen Torres Abad, una pensionata che si è opposta all’utilizzo dei propri dati da parte dello Stato per finalità diverse da quelle per cui li aveva forniti all’Anses (l’ente erogatore delle pensioni). Il caso riguarda un accordo stipulato durante il governo di Mauricio Macri, con cui l’Anses condivideva dati con la Segreteria di Comunicazione Pubblica per “mantenere informata la popolazione”.

Torres Abad ha sostenuto di non aver mai autorizzato tale utilizzo e di non voler essere “disturbata o importunata”, tramite telefonate o email. Ha inoltre evidenziato, anche per ragioni legate all’età, il diritto a non subire un contatto costante da parte dello Stato.

In primo grado, la richiesta della cittadina era stata respinta. Tuttavia, la Camera per il contenzioso amministrativo federale ha ribaltato la decisione, definendo “illecita” la cessione dei dati e ordinando all’Anses di interromperla. Lo Stato ha quindi presentato ricorso, sostenendo di aver agito nel rispetto della Legge n. 25.326, che consente l’uso dei dati senza consenso in ambito di funzioni statali o scambi tra enti pubblici.

La Corte Suprema ha però respinto questa interpretazione, dichiarando incostituzionali proprio i passaggi della legge su cui lo Stato aveva basato la propria difesa. Secondo il tribunale, tali norme violano i diritti sanciti dagli articoli 19 e 43 della Costituzione, in quanto consentono un uso dei dati personali sproporzionato rispetto alla tutela della privacy. Inoltre, la Corte ha ribadito che l’azione di habeas data serve a proteggere le persone cui i dati si riferiscono, e non le istituzioni che li raccolgono o li gestiscono.

Non tutti i giudici hanno condiviso questa posizione. Il ministro Carlos Rosenkrantz e la giudice aggiunta Beatriz Aranguren hanno votato per dichiarare inammissibile il ricorso dello Stato, senza entrare nel merito della costituzionalità della legge. In questo modo, avrebbero lasciato valida la decisione della corte intermedia, ma senza stabilire un precedente normativo.

La sentenza rafforza in modo significativo il diritto alla protezione dei dati personali in Argentina e pone limiti chiari all’azione dello Stato, segnando un passo importante verso una maggiore tutela della privacy dei cittadini nell’era digitale.