CANBERRA – L’Australian Electoral Commission (AEC) può intervenire dei confronti di contenuti elettorali non autorizzati e informare il pubblico, ma dispone di poteri molto più limitati quando immagini e video generati dall’intelligenza artificiale diffondono falsità che non riguardano direttamente il modo in cui si vota.

Lo ha spiegato ieri il commissario elettorale Jeff Pope durante un’audizione parlamentare dedicata alle opportunità e ai rischi dell’AI.

Secondo Pope, le nuove tecnologie non rappresentano una minaccia completamente diversa da quelle già esistenti, ma ne aumentano velocità e portata.

“È una nuova minaccia che amplifica e accelera i rischi già presenti per l’integrità elettorale”, ha dichiarato.

Il commissario ha indicato tra le possibili misure l’introduzione di un obbligo legale di etichettare i deepfake, sottolineando però che attribuire all’AEC maggiori responsabilità nella valutazione dei contenuti potrebbe mettere in discussione la sua imparzialità.

L’autorità può agire contro materiale di campagna privo delle necessarie autorizzazioni, promuovere l’educazione degli elettori e pubblicare smentite di carattere generale. Solo in circostanze molto limitate, tuttavia, può stabilire ufficialmente se un’affermazione sia vera o falsa.

Nel corso dell’audizione, deputati e senatori hanno sottoposto a Pope diversi scenari ipotetici.

La deputata del Western Australia Kate Chaney ha chiesto, tra l’altro, come l’AEC potrebbe reagire a un deepfake che mostrasse il primo ministro mentre consegna denaro a una persona sospetta o compie gesti assurdi e offensivi.

Pope ha chiarito che l’autorità non avrebbe necessariamente i poteri per bloccare contenuti di quel tipo.

La normativa consente infatti di intervenire sulla disinformazione soltanto quando questa riguarda direttamente l’espressione del voto. Un falso video in cui un esponente del governo fornisse deliberatamente istruzioni errate sulla compilazione della scheda elettorale rientrerebbe invece nelle competenze dell’AEC.

Il commissario ha anche osservato che un divieto generale dei deepfake potrebbe entrare in conflitto con la libertà implicita di comunicazione politica riconosciuta in Australia.

La stessa commissione parlamentare ha preso in esame anche il rapporto tra AI e diritto d’autore.

Stephen King, rappresentante della Productivity Commission, ha messo in dubbio che l’Australia debba necessariamente addestrare sul proprio territorio modelli di AI di frontiera per trarre beneficio dalla crescita del settore.

King ha confermato che, con le regole attuali, l’addestramento di modelli australiani richiederebbe licenze per utilizzare materiale protetto da copyright.

Secondo la Productivity Commission, Canberra potrebbe anche lasciare inizialmente che artisti e aziende tecnologiche sviluppino autonomamente accordi commerciali, valutando eventuali interventi legislativi soltanto se il mercato non riuscisse a trovare un equilibrio nel giro di alcuni anni.