GENOVA - La Procura di Genova ha depositato una consulenza tecnica secondo cui due ordigni al tritolo di fabbricazione militare, collocati con magneti temporizzati sullo scafo, causarono lo squarcio della petroliera Seajewel nella notte di San Valentino di un anno fa. L’inchiesta è coordinata dalla pm Monica Abbatecola. 

I periti - il capo ufficio del Nucleo Regionale Artificieri Liguria Federico Canfarini e l’ingegnere navale Alfredo Lo Noce - hanno stabilito che “l’effetto dirompente” delle due esplosioni fu in parte attutito dal doppio scafo della nave, evitando così il disastro ambientale che avrebbe comportato lo sversamento di migliaia di tonnellate di greggio nel mare davanti al porto di Savona. 

Gli ordigni, tecnicamente delle mine “a patella” (Limpet), sono state collocate a nave ferma con un temporizzatore di tipo meccanico posto sui magneti che consente di regolarne l’innesco in un arco di tempo fino a 7 o 9 giorni da quando viene attivato. I periti ritengono quindi che gli attentatori abbiano agito in un porto precedente a quello dove avvenne l’esplosione. Non sono emersi sufficienti elementi per indicare la provenienza degli esplosivi.  

L’inchiesta della Dda di Genova resta al momento contro ignoti, ma l’ipotesi più accreditata è quella di un attentato contro la cosiddetta flotta fantasma russa, sebbene le analisi chimiche abbiano accertato che il petrolio caricato sulla nave non fosse di Mosca.  

L’armatore della Seajewel è la società greca Thenemaris, la stessa della Seacharm, che aveva subito un attentato un mese prima della gemella al largo della Turchia.