MILANO - È morto all’ospedale San Paolo di Milano Domenico Papalia, 81 anni, storico boss della ’ndrangheta e figura centrale delle cosche al Nord. Era stato ricoverato il 17 agosto per l’aggravarsi delle condizioni legate al cancro di cui soffriva da tempo.
Papalia, conosciuto come “Micu”, aveva trascorso 49 anni in carcere. Lo scorso luglio il Tribunale di sorveglianza di Bologna aveva disposto il differimento della pena agli arresti domiciliari per motivi di salute. Fino ad allora era detenuto nel carcere di Parma. Il 18 luglio aveva lasciato la cella e potuto incontrare i familiari.
Era entrato in carcere per la prima volta nel 1977 con l’accusa di avere partecipato all’omicidio, a Roma, del boss emergente Antonio D’Agostino. Per quel delitto, nel 2021, era stato assolto nel processo di revisione dalla Corte d’assise d’appello di Perugia con la formula “per non avere commesso il fatto”.
Nel frattempo, Papalia aveva però ricevuto altre due condanne all’ergastolo, passate in giudicato: una per l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, ucciso a Milano nel 1983, e l’altra per quello dell’educatore penitenziario Umberto Mormile, assassinato nel 1990 a Carpiano, nell’hinterland milanese.
Nel corso degli anni aveva accumulato anche altre condanne per traffici di droga, sequestri di persona e reati legati agli affari illeciti del clan.
La sua figura era tornata al centro dell’attenzione negli ultimi anni per le richieste di scarcerazione avanzate dai suoi legali, Ambra Giovene e Annarita Franchi, alla luce delle condizioni di salute ormai compromesse.
“È un giorno difficile”, dice l’avvocata Giovene. “Il mio ultimo ricordo di lui è la videochiamata che mi fece a metà luglio quando tornò libero prima dell’ultimo ricovero. In quella conversazione volle ringraziare me e l’avvocato Franchi”.
La legale parla di una “battaglia decennale davanti al Tribunale della Sorveglianza” per il riconoscimento dei diritti di un detenuto gravemente malato, “nonostante gli ergastoli”.
Negli ultimi anni la scarcerazione di Papalia era stata chiesta anche da “Nessuno tocchi Caino”, dai Radicali, da associazioni e da alcuni quotidiani. La presidente di “Nessuno tocchi Caino”, Rita Bernardini, ricorda l’impegno perché gli fosse riconosciuta la possibilità di morire accanto ai suoi cari. “Così è stato”, afferma.