TEHERAN - Gli Stati Uniti non prendono in considerazione un nuovo attacco all’Iran, almeno per ora. Donald Trump punta sulla pressione economica per spingere Teheran al tavolo e, in questo modo, concede tempo ai mediatori. Il dialogo prosegue dietro le quinte e arrivano segnali incoraggianti, sebbene di portata limitata, mentre i riflettori restano puntati sullo Stretto di Hormuz e Washington continua a leva economica contro la Repubblica islamica.
In particolare, viene definita “estremamente proficua” la visita a Teheran del capo dell’Esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir. A fare il punto è stato Mehdi Tabatabaei, numero due per le comunicazioni e l’informazione dell’ufficio del presidente iraniano, alimentando le speranze di una fine del conflitto. In un post pubblicato su X, Tabatabaei ha scritto di “risultati diplomatici di grande valore”, che si vedranno “presto”.
Le dichiarazioni arrivano dopo che il ministro degli Interni del Pakistan, Mohsin Naqvi, ha descritto come “molto positivo” e “produttivo” il faccia a faccia tra Munir e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dedicato alle “tensioni in Medio Oriente”, alle misure per evitare un’ulteriore escalation tra Usa e Iran e al raggiungimento di una “soluzione completa del conflitto”. Naqvi ha espresso su X la speranza che i “progressi significativi” registrati possano spianare la strada a “ulteriori progressi” per una “pace duratura nella regione”. I militari pakistani, secondo quanto riportato da Geo News, hanno confermato la presenza di “colloqui approfonditi” anche sulla “riapertura dello Stretto di Hormuz” e per la “rapida fine del conflitto”.
Lunedì, come sintetizzato dalla tv satellitare al-Jazeera, Munir ha passato la giornata tra i corridoi del potere a Teheran, muovendosi dalla presidenza al Parlamento, dalle sedi dei ministeri di Esteri e Interni fino alle stanze del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Oltre al presidente Pezeshkian, il feldmaresciallo ha incontrato Mohammad Bagher Ghalibaf, capo del Majlis e negoziatore nei difficili colloqui tra Usa e Iran, e Mohsen Rezaei, nominato nei giorni scorsi a capo del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale dell’Iran dopo anni passati ai livelli più alti dell’apparato politico e di sicurezza della Repubblica islamica. Secondo indiscrezioni confermate alla Cnn, Munir (noto per essere il “feldmaresciallo preferito” di Donald Trump) aveva parlato con il tycoon la scorsa settimana, proprio prima della missione a Islamabad.
Parallelamente all’asse pakistano, la diplomazia muove altri tasselli nella regione. A Islamabad, capitale che ha dato il nome al memorandum di metà giugno tra Usa e Iran, il ministro Naqvi ha incontrato la numero due dell’ambasciata statunitense, Natalie Baker, come riferito dal ministero degli Interni pakistano. A Teheran si è svolto invece un colloquio tra il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, e il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, con in cima all’agenda la gestione dello Stretto di Hormuz. Sebbene alcuni analisti parlino di due binari paralleli (uno pakistano e uno omanita) che si completerebbero a vicenda, questa lettura non trova gradimento a Teheran.
L’intensa attività diplomatica si inserisce in un quadro di posizioni e messaggi contrastanti provenienti dalle autorità iraniane. Nei giorni scorsi era stato lo stesso presidente Pezeshkian ad affermare che fosse “meglio porre fine alla guerra ora”, pur riconoscendo in seguito le difficoltà economiche attraversate dalla Repubblica islamica. Poco dopo le prime aperture del presidente, tuttavia, il capo di Stato maggiore delle Forze armate iraniane, generale Ali Abdollahi, aveva ammonito che “qualsiasi errore di calcolo e qualsiasi minaccia, convenzionale o nuova, da parte dei nemici sarà affrontata con risposte rivoluzionarie, schiaccianti, deterrenti e devastanti”.
Sul fronte dei dettagli negoziali, l’agenzia iraniana Tasnim ha citato una fonte vicina ai negoziatori di Teheran per precisare che la posizione e le condizioni dell’Iran riguardo lo Stretto di Hormuz sono state comunicate chiaramente tramite i mediatori del Pakistan (che dall’aprile scorso ha visto Naqvi impegnato in otto missioni note a Teheran) e che, “a dispetto di quanto riportato da alcuni media”, Munir “non ha portato minacce o messaggi del genere da parte degli Usa”.
Nuovi sviluppi potrebbero giungere nei prossimi giorni a Bishkek, in Kirghizistan, dove è ipotizzato un incontro tra il presidente iraniano Pezeshkian e il premier pakistano Shehbaz Sharif a margine del summit dei leader dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, vertice che riunisce, insieme a Iran, Pakistan e Kirghizistan, anche Cina, India, Russia, Bielorussia, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan, oltre a Paesi osservatori e partner di dialogo.