Ogni volta che rispuntano sui giornali le navi inglesi, quelle ancora in fase di progettazione che, qualche anno fa, hanno soffiato sul filo di lana una mega commessa (un valore complessivo di circa 37 miliardi di dollari) alla Fincantieri, è impossibile non provare un sentimento misto, tra disappunto (per la decisione sbagliata) e una sottile soddisfazione (dato che i fatti confermano la decisione sbagliata), perché quando la politica ha la meglio sul buon senso è giusto che ci siano delle conseguenze. Come molti ricorderanno, in giugno del 2018, quando i giochi sembravano fatti a favore delle unità navali italiane già operative (cosa che avrebbe permesso agli australiani di avere le prime navi disponibili in pochi anni), l’azienda navale inglese Bae System si è aggiudicata l’appalto per la costruzione di nove fregate (che ora sono diventate sei), battendo la concorrenza delle Fremm italo-francesi.

La terza finalista, la spagnola Novantia, già non era più in partita. Con una scelta sicuramente politica più che tecnica e pratica, il governo australiano (al tempo guidato da Malcolm Turnbull) ha scommesso su una nave valida solo sulla carta. Tecnologia di alto livello, sperimentata qualità - raggiunta da una completa maturità di navi che avrebbe azzerato i rischi della prima unità -, battuti da qualche dubbio e pregiudizio (inutile negare che ci siano ancora timori internazionali piuttosto diffusi sui tempi decisionali e procedurali italiani): la delusione è stata cocente e non è ancora completamente passata tanto più che la nave inglese, una versione avanzata della Type 26 della classe Hunter già in dotazione della marina britannica, è ancora, almeno in parte, in sala progettazione. Costi e problemi di peso (e quindi velocità ed efficienza, oltre alla possibilità di potenziamento degli armamenti, messi seriamente in dubbio secondo l’esperto nel campo della Difesa, Marcus Hllyer, della Strategic Analysis Australia) le ragioni delle più recenti polemiche dopo che, quattro anni fa,  si era addirittura parlato di abbandono del progetto stesso. Si è pensato poi di andare avanti, avendo perso già abbastanza tempo, per una ‘necessità’ di rinnovamento della flotta australiana, sempre più evidenziata dalle crescenti tensioni nell’area dell’Indo-Pacifico, riducendo però la commessa a solo sei navi, di cui tre con tempi di consegna fissati per il  2032, 2035 e2036. Per le altre tre fregate invece non sono stati ancora nemmeno preparati i contratti.

Ma non basta: disegno, peso, velocità, autonomia, efficienza e durata di servizio messi seriamente in discussione, con il ministro della Difesa, Richard Marles che invece di fornire rassicurazioni, si è limitato a dire: “Andiamo avanti con quello che abbiamo ereditato”. Anche per quello che riguarda il preventivo di spese, dato che i miliardi da investire sono già arrivati a 27 solo per le prime tre navi (quindi in teoria l’intera commessa originale di nove fregate sarebbe venuta a costare, ad oggi, 81 miliardi), il progetto della Bae Systems qualche perplessità extra le genera facendo diventare le nuove fregate le più care al mondo. 

Per soddisfare le richieste di includere specifici armamenti Usa (Aegis combat system) e il radar australiano CEAFAR, le Hunter inglesi di nuova generazione pesano molto più del previsto (dalle 8000 tonnellate del modello-base ‘Type 26’ a 10500): duemila tonnellate extra che, inevitabilmente, con la stessa potenza dei motori, rallenteranno la nave rendendola meno ‘agile’ e con molta meno autonomia nel suo ruolo di difesa contro i sommergibili (cinesi). Sotto ‘accusa’ degli esperti anche la scelta di ridurre la potenza di fuoco, per fare spazio alle esigenze di Canberra, a 32 celle missilistiche contro la media di 48 per unità di simile portata fino ad arrivare alle 96 in dotazione delle fregate Usa. 

“Bene così”, ha assicurato il ministro dell’Industria della Difesa, Pat Conroy nel suo intervento in occasione della simbolica cerimonia di inizio lavori nel cantiere navale di Osborne, ad Adelaide. 

“ Non cerchiamo sicuramente scuse per avere chiesto di includere nel progetto della Bae, il radar più sofisticato del mondo che viene prodotto a Canberra, che fa fare un ulteriore salto di qualità alla nave, rendendola ancora più efficiente”.  Sbagliano, secondo il ministro, anche gli esperti con le loro critiche sui limiti di futuri miglioramenti degli armamenti dato l’appesantimento dell’unità navale: “Ci sono ancora sufficienti margini per assicurare necessarie modifiche”, ha assicurato Conroy e giù con il solito ‘ritornello’ della ‘miglior nave del mondo’, non solo per ciò che riguarda il suo impiego anti-sommergibili, ma anche per la possibilità di diventare una ‘piattaforma mobile di controllo delle operazioni navali nell’Indo-Pacifico”. 

Orgoglioso il premier del South Australia, Peter Malinauskas perché, a prescindere dalle sfide che il progetto Hunter presenta, ad Adelaide migliaia di persone lavoreranno per la sicurezza del Paese.  

Due pezzi della chiglia saldati assieme per celebrare tradizionalmente la ‘nascita’ di una nave. Ora occhi puntati sul 2032, anzi sulla sala progetti della Bae Systems e sui cantieri americani per gli altrettanto ‘famosi’ sommergibili del patto AUKUS, con data di consegna concomitante anche del primo dei tre sottomarini atomici ‘usati’, di classe Virginia, commissionati da Canberra (il secondo e terzo previsti per il 2035 e 2038), che  faranno da prologo per i nuovi modelli da consegnare negli anni ‘40: date talmente lontane che permettono al governo di assicurare, senza paura di essere smentito per almeno altri due o tre mandati, che ogni impegno sarà mantenuto per fornire alla Marina australiana i migliori mezzi di difesa navale possibili. 

Londra e Washington hanno già incassato da Canberra ingenti versamenti per gli accordi stipulati, ma al momento di concreto c’è solo la saldatura di due pezzi di scafo in un mare di impegni, ancora sulla carta e promesse che riguardano il prossimo decennio e quello dopo.