ROMA – La questione dal punto di vista didattico è fondata, ma tradurla in una regola concretamente applicabile nelle scuole rischia di essere molto più complicato. È la posizione di Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp), sul tetto al numero di studenti stranieri nelle classi annunciato dalla premier Giorgia Meloni.

“In termini didattici la questione è fondata e condivisibile, ma è difficile trovare una soluzione tecnica”, ha spiegato Giannelli all’Ansa, richiamando soprattutto la situazione delle scuole dell’infanzia e primarie, chiamate ad accogliere gli alunni del proprio territorio. “Se in quella zona è maggioritaria la presenza di stranieri, che facciamo? Li mandiamo via?”. Proprio queste difficoltà, osserva, hanno impedito in passato la piena applicazione della circolare che indicava una soglia del 30%.

Un problema che conosce bene Floriana Vinci, dirigente del complesso Di Donato-Manin, scuola multietnica del quartiere Esquilino, a Roma, frequentata da circa 500 alunni distribuiti tra scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado.

“La Costituzione garantisce il diritto allo studio e noi dobbiamo accogliere gli studenti, è un nostro dovere”, sottolinea Vinci. Nella scuola la presenza di alunni stranieri è storicamente elevata e in alcune classi supera il 30%. L’obiettivo, spiega la dirigente, è creare gruppi il più possibile equilibrati utilizzando gli strumenti disponibili.

Vinci non esclude che una nuova normativa possa rappresentare un sostegno per le scuole, purché tenga conto delle diverse realtà territoriali. “Siamo una scuola abituata a lavorare con gli stranieri, abbiamo una tradizione consolidata, sia come organizzazione scolastica che come docenti”, osserva. Per questo, aggiunge, davanti a un tema tanto complesso sono utili “riferimenti normativi ed un supporto”.

A fotografare le dimensioni del fenomeno sono anche alcune elaborazioni basate sui dati disponibili. Secondo il portale Skuola.net, nell’anno scolastico 2022/2023 gli studenti con cittadinanza non italiana erano 914.860, pari all’11,2% dell’intera popolazione scolastica.

Gli istituti nei quali la presenza di studenti stranieri superava il 30% erano 4.223, pari al 7,9% del totale, con differenze significative a seconda del grado di istruzione.

Il quadro cambia però considerando dove sono nati questi studenti. Dei 914.860 alunni con cittadinanza non italiana, 598.745, il 65,4%, erano nati e cresciuti in Italia. Si tratta quindi di quasi due studenti su tre, spesso inseriti nel sistema scolastico italiano fin dall’infanzia e senza necessariamente presentare difficoltà linguistiche.

Secondo l’elaborazione di Skuola.net, se nel calcolo della soglia del 30% si considerassero soltanto gli studenti stranieri nati all’estero, e quindi potenzialmente più esposti a ostacoli linguistici al momento dell’ingresso nel sistema scolastico, la quota delle classi interessate scenderebbe allo 0,6% a livello nazionale.

Sul provvedimento annunciato dal governo interviene anche Save the Children. “I bambini non sono numeri”, afferma l’organizzazione, secondo cui la qualità della scuola non si costruisce fissando soglie per determinate categorie di studenti, ma investendo nell’offerta educativa.

Per Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni istituzionali di Save the Children, un limite percentuale rischierebbe inoltre di non tenere conto della distribuzione della popolazione nelle periferie e nelle grandi aree urbane. Considerare allo stesso modo tutti gli studenti con cittadinanza straniera, compresi quelli nati in Italia, potrebbe inoltre “stigmatizzare alcuni studenti sulla base della cittadinanza” e favorire lo spostamento delle famiglie verso altri istituti, con il rischio di accentuare anziché ridurre la segregazione scolastica.

L’organizzazione invita quindi a concentrarsi sui contesti caratterizzati da maggiore complessità e sulle risorse e gli strumenti messi a disposizione delle scuole.

Il dibattito riguarda anche l’annunciato divieto di burqa e niqab nelle aule. Secondo una stima riportata dalla rivista specializzata La Tecnica della Scuola, le studentesse che indosserebbero il velo integrale negli istituti italiani sarebbero tra 500 e 600, una presenza equivalente, in termini puramente statistici, a circa un’alunna ogni 660 classi.

Anche su questo punto Save the Children chiede innanzitutto dati più precisi sull’effettiva diffusione di niqab e burqa nella scuola dell’obbligo. Secondo l’organizzazione, un divieto generalizzato potrebbe essere percepito come rivolto contro una specifica identità religiosa e rischierebbe di favorire “percorsi di isolamento e abbandono” di alcune ragazze, compromettendo il pieno esercizio del diritto all’istruzione.