BARI – È stata convalidato dal gip di Bari il fermo a carico di Elvis Metvelaj, il 42enne albanese ritenuto l’autore del femminicidio della compagna Ornella Forastefano, 46 anni, lasciata agonizzante la mattina del 16 agosto davanti all’ospedale di Trebisacce (Cosenza) e poi morta a causa delle gravissime ferite e traumi su tutto il corpo.

Contestualmente, il giudice si è dichiarato incompetente ed ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Castrovillari (Cosenza) competente per territorio in quanto luogo dove è avvenuto il delitto. Metvelaj, ora in custodia cautelare, era stato fermato nel porto del capoluogo Bari mentre tentava di tornare al suo Paese.

Durissima, davanti all’ennesimo femminicidio, la reazione di Elisa Ercoli, presidente della Rete Nazionale Differenza Donna. “Sei femminicidi, dal giorno di Ferragosto: inaccettabile – afferma –. Serve, lo diciamo da tempo, un vero cambio di passo. La maggior parte dei casi avevano un alto livello di pericolosità e per questo motivo dovevano essere usati gli strumenti di protezione ancora una volta non applicati dalle Istituzioni”.

Secondo Ercoli, “le norme securitarie da sole non servono a nulla soprattutto se vogliamo un cambiamento reale e duraturo. È insopportabile il silenzio assoluto di Meloni e di questo governo. In questi anni la vita delle donne in Italia è peggiorata e le donne muoiono nella noncuranza istituzionale. Questo Governo ha la responsabilità di una totale inerzia ed indifferenza ai problemi reali delle donne e di questo e dei femminicidi, mentre devono invece rispondere immediatamente”. 

Ercoli insiste sulla mancata prevenzione e la non applicata protezione, perché “gli stereotipi e i pregiudizi minimizzano e banalizzano la gravità della violenza che le donne subiscono nelle relazioni intime. La sottovalutazione delle Istituzioni è tale da non ritenere nemmeno di dover usare strumenti che pure esistono. Le Forze dell’Ordine sono in numero di molto inferiore a quello che serve per poter applicare le norme antiviolenza e non hanno adeguata e capillare formazione specialistica”.

La “rete antiviolenza” (ossia tutti i settori che devono contribuire all’uscita dalla violenza) rimane – a parere dell’esperta – informale e affidata al senso di responsabilità di singole e singoli. È inconcepibile che con numeri cosi enormi di violenza e femminicidi non vi sia nulla di sistemico".

Sotto accusa anche il mancato dialogo delle istituzioni con i centri antiviolenza: “La rete istituzionale spesso non sa chi siamo, cosa facciamo e che ruolo abbiamo. Questo cristallizza una situazione di incomprensione, se non proprio di diffidenza, che non aiuta e impedisce di essere efficaci”.

I problemi riguardano anche la formazione degli operatori: “I servizi sociali non sono formati su reati di genere (altra cosa inaudita) e in troppi tribunali vediamo istituzionalizzata la normalizzazione e neutralizzazione della violenza. Ed è chiaro che i servizi sociali si adeguino troppe volte ad una giustizia che è diventata classista, a pagamento e piena di istituti atti a controllare la donna e a deresponsabilizzare gli autori di violenza”.

Per la presidente di Differenza Donna, “un altro punto assolutamente irrisolto riguarda le vittime di violenza assistita: le bambine e i bambini che hanno subito non vengono accompagnati a riconoscere l’errore del padre violento - che deve quindi assumersi la responsabilità di un cambiamento reale - ma vengono spinti ad un recupero in assenza di giudizio e di consapevolezza su cosa sia una relazione sana e ciò che non lo è”.

Al problema culturale si aggiunge la scarsità delle risorse e dei finanziamenti, insufficienti a “mettere in atto il lavoro multidisciplinare prezioso di cui siamo esperte”.