GAZA - Dopo i colloqui svoltisi in Egitto con il movimento islamista Hamas per promuovere un piano di pace per Gaza, l’inviato statunitense e genero del presidente Donald Trump, Jared Kushner, si è recato a Gerusalemme per incontrare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Un colloquio fiume, andato avanti per oltre quattro ore, al quale hanno preso parte anche Nikolay Mladenov (il rappresentante bulgaro nominato “alto rappresentante” per Gaza nel Board of Peace) e, secondo quanto riferito dal Times of Israel e da altri media locali, l’ex primo ministro britannico Tony Blair, anch’egli nominato nel Consiglio da Trump.
Durante il vertice, Kushner ha sollecitato il premier ad andare avanti con il piano per il cessate il fuoco a Gaza sostenuto dal presidente statunitense e a “non creare ostacoli”, secondo quanto riferito da una fonte israeliana alla Cnn. Tuttavia, Netanyahu, che aveva già respinto il piano in 15 punti all’inizio del mese, ha opposto un netto no alla richiesta, spiegando che compiere progressi sull’iniziativa risultava “problematico” a causa delle imminenti elezioni israeliane di fine ottobre. In svantaggio nei sondaggi e nel tentativo di non perdere il sostegno dell’elettorato di destra, il premier si è mostrato riluttante a concedere aperture sulla questione in vista del voto, sostenendo che spetti innanzitutto ad Hamas compiere dei passi concreti.
Nonostante la frenata sul cessate il fuoco, dalle trattative è emersa un’intesa sull’impianto della smilitarizzazione. Un funzionario israeliano ha riferito all’agenzia Afp che Netanyahu e Kushner hanno “concordato che il primo passo verso la demilitarizzazione della Striscia sarà la consegna delle armi da parte di Hamas, che dovranno essere dismesse sotto la supervisione di un generale statunitense”. Il premier ha inoltre ribadito che Israele non ritirerà le proprie truppe da Gaza fino a quando questo processo non sarà stato completato. Al momento non è giunta alcuna conferma ufficiale da parte degli Stati Uniti su tale accordo.
Un clima d’intesa generale sulla linea di fondo è stato confermato anche da una fonte del Board of Peace al sito di notizie Ynet: “Tutti sono d’accordo sull’obiettivo ultimo, quello di smantellare completamente Hamas, privandolo di armamenti e potere e della completa smilitarizzazione di Gaza per poi procedere solo successivamente con il ritiro completo di Israele”. La stessa fonte ha aggiunto che “Israele ha presentato in modo professionale i propri timori in materia di sicurezza. Il Consiglio ne tiene conto, tiene tutto questo in grande considerazione”, definendo “positivo” l’orientamento emerso durante l’incontro.
Sull’altro fronte, nel corso del precedente incontro in Egitto, Kushner e la delegazione statunitense avevano insistito con la leadership di Hamas per il completo disarmo del movimento e per la sua totale esclusione dal futuro governo di Gaza.
Per anni le amministrazioni statunitensi si erano rifiutate di dialogare direttamente con Hamas, designata come organizzazione terroristica e responsabile dell’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele che aveva scatenato il conflitto. L’amministrazione Trump ha tuttavia mostrato una crescente disponibilità all’interlocuzione diretta.
Dal canto suo, l’organizzazione palestinese ha espresso il proprio impegno nei confronti del piano per la Striscia, chiedendo però un intervento deciso da parte di Washington sulle posizioni dell’esecutivo israeliano. Un alto funzionario di Hamas ha infatti dichiarato all’Afp che il movimento islamista “chiede che l’amministrazione statunitense faccia pressione sul governo Netanyahu affinché rispetti l’accordo sulla roadmap e lo attui. Hamas è in attesa della risposta dell’amministrazione statunitense in merito alla posizione di Israele sull’accordo”.