ROMA - Il primato di longevità del governo Meloni porta con sé il fattore della stabilità politica. Quattro anni con la medesima maggioranza e la stessa guida a Palazzo Chigi rappresentano per gli investitori finanziari un ancoraggio e un presupposto essenziale di affidabilità, fattore cruciale per un Paese ad alto debito come l’Italia.
A questo quadro si affiancano le scelte di rigore sui conti pubblici, vigilate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti con il mandato della premier, che hanno mantenuto la politica economica entro una cornice di stabilità finanziaria. Di contro, resta invece più critico il bilancio sulla crescita e sul potere d’acquisto dei salari.
La stabilità finanziaria trova riscontro nell’andamento dello spread, il differenziale tra il rendimento dei BTP decennali italiani e i Bund tedeschi. Al momento dell’insediamento del governo, il 22 ottobre 2022, lo spread stazionava a 233 punti base. Il primo settembre 2026, la seduta si è chiusa a 83 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 4,17% (sui massimi da novembre 2023).
Se da un lato il calo del differenziale riflette una maggiore fiducia degli investitori internazionali verso il debito sovrano italiano, il dato va anche contestualizzato: sul trend incidono l’aumento dei rendimenti tedeschi e una dinamica generale che ha visto scendere gli spread di diversi altri Paesi europei.
L’andamento dei titoli di Stato si lega alla linea di prudenza fiscale adottata dall’esecutivo fin dai primi 100 giorni di mandato, quando la legge di bilancio portò lo spread a 175 punti base già a gennaio 2023. Il rispetto sostanziale dei vincoli europei e l’attuazione del Pnrr hanno rassicurato le agenzie di rating, con un rapporto deficit/Pil sceso al 3,4% nel 2024 e al 3,1% nel 2025 (valore che non ha ancora consentito l’uscita dalla procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo). Le stime per il 2026 prevedono una discesa del deficit sotto la soglia del 3%.
Quadri meno confortanti emergono invece sul fronte del debito pubblico, il cui stock complessivo ha superato quest’anno la soglia dei 3.200 miliardi di euro, risentendo dell’eredità del superbonus e dell’impatto dei tassi di interesse. In rapporto al Pil, il debito è risalito dal 134,7% del 2024 al 137,1% del 2025, con proiezioni del Documento di Finanza Pubblica e dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) che stimano un picco superiore al 138% per il 2026.
I conti pubblici hanno tratto beneficio anche dalla tenuta dell’occupazione. L’esecutivo rivendica un incremento di un milione di occupati dall’inizio del mandato (passati da 23,2 milioni a novembre 2022 a 24,3 milioni a luglio 2026), con un tasso di occupazione al picco del 63,2%. La disoccupazione generale si attesta al 5,8% (oltre due punti in meno rispetto a fine 2022) e quella giovanile (15-24 anni) è scesa al minimo storico del 18,9%.
Di contro, le opposizioni (Partito Democratico, M5S e AVS) contestano la lettura dei dati ponendo l’accento sulla qualità dei posti di lavoro. Mentre il governo evidenzia come la crescita sia trainata dai contratti a tempo indeterminato (+303mila dipendenti permanenti nell’ultimo anno), le minoranze denunciano un’ampia incidenza del “lavoro vulnerabile” (caratterizzato da part-time involontario, contratti a termine e salari bassi) oltre a un aumento degli inattivi, ovvero le persone che smettono di cercare un impiego e fuoriescono dalle rilevazioni ufficiali.
A prescindere dai riscontri sul piano finanziario, rimangono aperti i nodi strutturali dell’economia nazionale. La crescita si conferma debole, con un Pil italiano che ha registrato un incremento dello 0,5% nel 2025 e stime analoghe, tra lo 0,5% e lo 0,6%, previste per la fine del 2026. A questo si aggiunge la contrazione del potere d’acquisto dei salari, con un calo stimato dell’8% negli ultimi quattro anni a fronte di un’inflazione tornata a salire. Prosegue infine la flessione costante della produzione industriale, pur in presenza di una leggera ripresa registrata nel secondo trimestre del 2026.