Gli avevano promesso una cabina da sei: li stiparono in un camerone da ottanta, letti a castello, niente oblò. Il cameriere lanciava i piatti da un capo all’altro di un tavolo lunghissimo e bisognava afferrare quello che passava: “Altro che crociera”, ricorda ridendo Luciano Villata.

Partita da Genova il 7 luglio 1949, l’11 agosto la motonave Sebastiano Caboto entrò nella baia di Sydney. Luciano aveva 18 anni e sette mesi e una valigetta con pochi indumenti e la stoffa che sua madre Eva aveva risparmiato per fargli fare un vestito. Su mille passeggeri, i piemontesi erano 11. Ad Asti faceva l’apprendista cesellatore d’argento e guadagnava, dice, quanto sua madre a vendere bottoni. Da allora sono passati 77  anni. Villata ne ha compiuti 95 a gennaio e vive a Vaucluse, in una casa con vista sulla baia: “A Sydney c’è la mia vita, ma ad Asti c’è il mio cuore”.

In Australia il mestiere lo cambiò subito. Dopo aver lavato i piatti nel ristorante degli zii, entrò alla tipografia W.C. Penfold: otto sterline la settimana, 19 anni, nessun inglese. Ma il lavoro della vita lo imparò di sera e nei fine settimana, con gli attrezzi in un sacco legato alla Vespa, andando a fare riparazioni e ad allestire negozi e bar. Fu così che conobbe Stanley Catts, costruttore australiano, che nel 1954 gli anticipò i materiali per il suo primo capannone e poi rifiutò gli interessi: “Un giorno lo farai tu per qualcun altro”, gli disse.

Quel capannone stava a 25 chilometri dal centro, in mezzo al bosco, tirato su con pala e piccone insieme agli amici: era la sede della Villata & Breda Constructions, fondata nel 1952-53 con Aldo Breda, falegname veneto, e durata 15  anni. Da lì in poi Villata è stato un costruttore edile: case vendute in proprio, arredamenti per una cinquantina di negozi in tutta l’Australia, due ospedali da cinquanta letti. E una chiesa cattolica a Greenwich, una sinagoga, la riparazione di una chiesa greca. Perché tutte e tre? “Per avere dalla mia parte tutti e tre gli dèi: greco, ebreo e cattolico”.

Nel 1964 tornò in Italia e tutti gli dissero la stessa cosa: “Perché non resti?”. Villata ci provò davvero: vendette la sua quota a Breda, sbarcò a Genova nel gennaio 1967 e restò 18 mesi cercando un lavoro che non arrivò mai. Nel maggio del 1968 era di nuovo a Sydney, perché, come dice lui stesso, erano “partiti in cinque, tornati in sei”, vist che nel frattempo era nato Adam, all’ospedale di Savona.

Aveva lasciato Asti con l’idea di risparmiare, tornare e comprarsi un camion. Il conto finale, dice, è un altro: una moglie, quattro figli, sette nipoti, tre cani e del camion nemmeno l’ombra. Sua moglie si chiama June, è inglese, conosciuta tramite un amico “e da allora cerco di ammazzarlo”, scherza mentre racconta che sono felicemente sposati da 68 anni. Il 6 ottobre 1976 fu tra i fondatori de La Famiglia Piemontese. Nel primo anno arrivarono a 180 soci: gite in pullman, barbecue nei giardini, due balli all’anno e la bagna cauda come piatto di casa, oltre ai pranzi al ristorante Bianco, che non organizza più per gli acciacchi dell’età. Oggi, del primo comitato è rimasto solo lui. Il suo motto è uno solo: “Volli sempre volli”. È la frase di Vittorio Alfieri, e la citazione è anche una stoccata campanilistica, perché “Vittorio è astigiano”, tiene a precisare Villata. Quanto ai piaceri, non ha dubbi: il suo vino resta la Barbera d’Asti. Il medico gliene concede un bicchiere al giorno. Lui ha chiesto un secondo parere, e adesso ne beve due...