KOROR – Il Pacific Islands Forum (PIF) di Palau si è trasformato in un nuovo banco di prova per la politica climatica australiana, nel momento in cui Tuvalu e Vanuatu hanno chiesto un’accelerazione nell’abbandono dei combustibili fossili e criticato direttamente Canberra per il proprio ruolo di grande produttore di carbone, petrolio e gas.

Tra gli interventi più accorati è arrivato quello del ministro per i Cambiamenti climatici di Tuvalu Maina Talia, che ha raccontato di non essere riuscito a dormire dopo avere letto l’ultima valutazione dello United Nations Environment Programme (UNEP) sulle traiettorie del riscaldamento globale.

“Continuavo a pensare: come faremo a prepararci?”, ha detto a Palau.

Secondo Talia, scenari che fino a poco tempo fa venivano collocati alla fine del secolo potrebbero materializzarsi molto prima.

“È reale adesso. È qui adesso. Non è più una minaccia lontana per il Pacifico”, ha affermato, chiedendo un aumento immediato dell’ambizione climatica internazionale.

Il rapporto UNEP indica, anche nello scenario più favorevole, un aumento delle temperature di circa 1,8 gradi rispetto ai livelli preindustriali, oltre la soglia di 1,5 gradi che i Paesi insulari del Pacifico considerano essenziale per la propria sopravvivenza.

Per Tuvalu, il cui punto più elevato si trova a meno di cinque metri sul livello del mare, la questione ha una dimensione esistenziale.

“L’unica via d’uscita per noi è continuare a batterci affinché 1,5 resti vivo, per poter continuare a vivere nei nostri Paesi”, ha detto Talia.

Nel 2023 Tuvalu e Australia hanno firmato il Falepili Union, un accordo che comprende cooperazione sulla sicurezza e sull’adattamento climatico, oltre a un programma che consente ai cittadini della nazione isola di trasferirsi in Australia.

Talia ha però chiarito di non ritenere il trasferimento una soluzione personale.

Accanto a lui, il ministro per i Cambiamenti climatici di Vanuatu Ralph Regenvanu ha rivolto una critica ancora più esplicita al governo australiano.

“L’Australia non sta facendo abbastanza”, ha dichiarato.

Regenvanu, che ha guidato con successo il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia sull’obbligo degli Stati ad alte emissioni di evitare danni climatici, ha ricordato che l’Australia resta un importante produttore di combustibili fossili.

“A un Paese come l’Australia si dovrebbe chiedere almeno di fermare ogni ulteriore espansione, e questo non sta accadendo”, ha affermato.

Secondo il Climate Council, fino a marzo 2026 il governo Albanese aveva approvato 36 progetti nuovi, ampliati o prorogati nei settori di carbone, petrolio e gas.

Il primo ministro Anthony Albanese ha respinto le critiche, rivendicando i progressi compiuti nella transizione energetica.

Ha ricordato che recentemente la rete elettrica australiana ha raggiunto una quota del 50 per cento di energia proveniente da fonti rinnovabili e ha sostenuto che i leader del Pacifico comprendono come la trasformazione richieda tempo.

“L’Australia gode di grande considerazione quando si parla di cambiamenti climatici”, ha detto Albanese.

Canberra sostiene inoltre il progetto promosso dal presidente di Palau Surangel Whipps per portare il Pacifico verso una produzione elettrica interamente rinnovabile.

In giornata Albanese e Whipps visiteranno un impianto solare finanziato con il contributo australiano che dovrebbe portare al 25 per cento la quota di elettricità rinnovabile prodotta a Palau.