Anthony Albanese, Jim Chalmers, Angus Taylor, Matt Canavan e Michelle Rowland stanno facendo il gioco di Pauline Hanson.
Gli attacchi, iniziati domenica scorsa in Queensland, del primo ministro e del responsabile del Tesoro, i commenti su presunte divisioni e cambiamenti repentini di rotta fatti dal capo dell’opposizione e dal leader dei nazionali, le responsabilità affibbiate alla stessa Hanson per le minacce che riceve mosse dal ministro della Giustizia non stanno facendo altro che evidenziare ‘paure’ che non si vogliono ammettere e rafforzare la visibilità e il seguito di una leader che ha imparato a difendersi contrattaccando, cavalcando l’onda dell’insoddisfazione politica che sta abbattendosi sul Paese. Trattare One Nation come era stato fatto a più riprese nel passato potrebbe rivelarsi un clamoroso errore.
I sondaggi parlano chiaro ormai da diversi mesi e le elezioni statali del South Australia e un paio di suppletive (Farrer, a livello federale, e Secret Harbour nel Western Australia) hanno fotografato chiaramente che qualcosa è cambiato davvero nella politica australiana e che il partito che si sta facendo paladino di un malessere generale sempre più diffuso, è destinato a dimostrare, anche a fine novembre, nel Victoria, che è una realtà ben diversa di quella di dieci, venti o quasi trent’anni fa. Hanson e One Nation stanno restituendo ad una consistente fetta dell’elettorato l’impressione di appartenere a una comunità, di condividere rabbia e timori, di avere un ‘nemico’ riconoscibile (i partiti tradizionali che non sembrano più interessati ad ascoltare) contro cui indirizzare il proprio malcontento. Si tratta spesso di risposte semplificate e divisive, ma proprio per questo efficaci in una società profondamente cambiata e, per molti, diventata incomprensibile.
E non si tratta solo di malessere economico, di tassi d’interesse o carovita, ma di fiducia, di senso di appartenenza, di coesione sociale, di identità nazionale, di nuove realtà ed esigenze che acquistano consistenza all’insegna di un vuoto occupato dal risentimento e dalla paura nel quale prospera il divisivo ‘noi’ e ‘loro’.
Albanese, Chalmers, Taylor e Canavan, ovviamente, si augurano che il ‘fenomeno Hanson’, alla fine, quando gli elettori saranno chiamati a valutare non solo le facili critiche su tutto quello che non va, ma anche risposte su come affrontare i problemi - offrendo credibili e articolate soluzioni -, rientrerà. Ma, anche se la prova del nove, a livello federale è lontana quasi un paio d’anni, ci sono due importanti test statali che daranno la possibilità di valutare meglio l’entità del cambiamento in atto: i banchi di prova del Victoria (28 novembre) e New South Wales (13 marzo 2027) rallenteranno o procureranno un’ulteriore accelerazione alla popolarità di One Nation e del suo leader. E a un interesse internazionale che la Hanson sembra cominciare ad avere. Anche se recentemente Albanese, pur senza nominarla, ha suggerito che alcuni politici potrebbero non essere in grado di gestire i rapporti con i leader asiatici come ha fatto lui durante la crisi dei carburanti, sembra che diversi alti diplomatici, specie delle nazioni dell’Indo-Pacifico, abbiano invece già incontrato la leader di One Nation. Altri hanno chiesto di farlo. E le sue posizioni su gas e carbone hanno sicuramente richiamato l’attenzione in diverse nazioni asiatiche, date le preoccupazioni legate all’agenda energetica dettata da Chris Bowen.
Dopo la lunga stagione della globalizzazione, le disuguaglianze sono cresciute, la mobilità sociale si è rallentata e la classe media ha progressivamente perso sicurezza e fiducia. La Coalizione, rivolgendo per troppo tempo le sue attenzioni non a quello che sta succedendo nel paese, ma alle sue incredibili divisioni interne, ha lasciato per lunghi periodi il campo libero a qualsiasi tipo di alternativa; mentre il governo laburista, dopo la straripante vittoria dello scorso anno (almeno in fatto di seggi), ha pensato bene di imboccare la strada ideologica che Chalmers aveva anticipato nel suo famoso saggio del gennaio 2023 (prendendo spunto dalle teorie sulla ‘nuova economia’) sulla riforma del valore, la socializzazione dell’innovazione e le correzioni fiscali intergenerazionali.
Teorie applicate in piccole dosi prima dell’accelerazione propiziata dalla vittoria elettorale di quindici mesi fa. Così, tra riforme con scarsi consensi popolari, partiti che non hanno il tempo di ascoltare, One Nation ha cominciato liberamente a muoversi tra le crescenti preoccupazioni sul costo delle abitazioni, sull’immigrazione, sulle bollette energetiche, sui servizi che non reggono l’impatto di un numero di arrivi che sembra essere sfuggito di mano o non sufficientemente controllato e coordinato in base alle esigenze del Paese.
Laburisti e liberali però vogliono continuare ad interpretare la sempre maggiore popolarità di Hanson come una forma di protesta temporanea. Un voto arrabbiato destinato a rientrare nei ranghi al momento opportuno. Ma cosa accade se quel voto smette di essere soltanto una protesta e diventa un’abitudine politica? Il dato forse più significativo non riguarda nemmeno i sondaggi, ma la capacità organizzativa, perché un partito che amplia la propria base di iscritti, aumenta le proprie risorse finanziarie e riesce ad attirare professionisti e candidati credibili può trasformare il malcontento in una macchina elettorale, che potrebbe cambiare completamente la natura della minaccia.
In passato One Nation poteva essere facilmente liquidata a causa della qualità di alcuni suoi candidati, delle divisioni interne e delle difficoltà organizzative. Se invece il partito riuscisse a presentare candidati competitivi nei collegi marginali, soprattutto nelle aree regionali e nelle periferie esterne delle grandi città, la situazione diventerebbe molto più seria. Una nuova realtà che metterebbe molto più a rischio la Coalizione perché i ‘numeri’ che escono dalle urne del passato mostrano una tendenza che, se replicata nel futuro su scala ampliati dagli attuali consensi, favorirebbe i laburisti.
One Nation, infatti, potrebbe diventare quello che i verdi sono diventati per i laburisti. Avversari, ma quando conta, nella distribuzione delle preferenze – elemento cruciale in molti seggi -, alleati, anche se a denti stretti, con possibilità di influenzare gli equilibri di potere. Gli elettori ‘verdi’, infatti, con regolarità - sia a livello federale che statale -indirizzano l’88 per cento delle loro preferenze al Partito laburista; al contrario, nel mondo di One Nation non sembra esserci altrettanta propensione allo stesso tipo di automatismo in favore della parte politica a loro più vicina. Nel 2025 solo il 75% delle preferenze degli elettori di ON sono andate alla Coalizione, una percentuale che non garantirebbe (secondo le attuali intenzioni di voto registrate nei sondaggi) un successo dell’opposizione nei confronti del governo. E questo potrebbe valere anche nel test del Victoria.
Per stare insieme servono ragioni condivise: paure e rancori possono far vincere qualche seggio, ma la strategia politica, la rilevanza, l’autorità a lungo termine sono qualcosa di diverso. Laburisti e liberali lo sanno, ma lo devono far capire anche agli elettori che una società rimane forte e unita non solo combattendo gli squilibri economici, ma soprattutto rimanendo aperta, capace di tutelare i diritti e di offrire fiducia, opportunità e speranze.
Attaccare Pauline Hanson, quindi, serve ben poco: ci vorrebbero, idee, programmi, spiegazioni, credibilità…da riconquistare in fretta.