WASHINGTON - La tensione nel Medio Oriente non accenna a placarsi. Nella dodicesima notte consecutiva dalla ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, Washington ha sferrato un’ulteriore ondata di attacchi contro obiettivi militari della Repubblica Islamica. 

A confermare l’operazione è stato il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM): “Alle 17:30 ora della costa orientale, le forze statunitensi hanno iniziato a lanciare ulteriori attacchi contro obiettivi militari iraniani, su disposizione del Comandante in Capo. La missione proseguirà per ridurre ulteriormente la capacità dell’Iran di minacciare i marittimi civili e le navi commerciali in transito nelle acque della regione”.  

L’incursione è stata riscontrata anche dall’agenzia iraniana Mehr, la quale ha riferito che “missili statunitensi hanno colpito l’area circostante un terminal passeggeri a Shalamcheh, una città iraniana occidentale vicino al confine con l’Iraq. L’attacco non ha causato feriti e gli spostamenti delle persone proseguono senza problemi”. 

Sul piano delle operazioni belliche si registra un’ulteriore escalation. Secondo quanto rivelato dal giornalista Barak Ravid di Axios, che cita funzionari statunitensi, martedì gli Usa hanno impiegato per la prima volta dall’inizio delle nuove ostilità un bombardiere a lungo raggio B-1 per colpire target dei Pasdaran sul suolo iraniano. L’uso di questo velivolo (capace di trasportare una ventina di bombe da 900 kg o decine di missili da crociera) evidenzia un significativo ampliamento della campagna militare statunitense. 

La replica di Teheran si è concentrata sullo Stretto di Hormuz, snodo marittimo strategico per il quale è in corso un duro confronto per il controllo delle rotte. Nelle ultime settimane, la Repubblica Islamica ha preso di mira le petroliere che navigavano a ridosso delle coste dell’Oman, nel tentativo di deviarne il passaggio nelle proprie acque territoriali dietro pagamento per un transito sicuro. 

Le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver bloccato il passaggio di tre petroliere “istigate e indotte in errore dall’esercito Usa assassino di bambini, tentavano di percorrere la rotta disseminata di mine a sud dello Stretto di Hormuz; tuttavia, dopo che una di esse è esplosa e ha preso fuoco, le altre due hanno rapidamente invertito la rotta e sono tornate indietro”. Senza specificare la data precisa dell’accaduto, la nota riportata dai media statali iraniani prosegue con un avvertimento: “La potente Marina delle Guardie Rivoluzionarie ribadisce che lo Stretto di Hormuz è sotto il nostro controllo e qualsiasi nave che si lasci ingannare dagli Stati Uniti e intenda transitare senza coordinarsi con la Repubblica Islamica dell’Iran subirà la stessa sorte”. 

Sul fronte diplomatico, la linea della Casa Bianca rimane d’intransigenza. Durante una conferenza stampa a Manila, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha espresso forte scetticismo sulla volontà di Teheran di negoziare: “Semplicemente non credo che siano seri nel voler fare un accordo. Il problema è che non si può fare un accordo con le persone se non lo mantengono”. Rubio ha accusato l’Iran di violare o tentare di modificare i patti sottoscritti, aggiungendo che “ora ne stanno pagando il prezzo e forse cambieranno”, e ha promesso che “il prezzo sull’Iran aumenterà ogni notte finché non torneranno in sé“. 

Contemporaneamente, a Washington la politica interna muove i suoi passi per sostenere lo sforzo bellico. La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato di misura (con 216 voti favorevoli e 214 contrari) una proposta di bilancio da 95 miliardi di dollari, destinata ora all’esame del Senato dove l’esito resta incerto. 

Il pacchetto prevede 73 miliardi di dollari per le forze armate e le agenzie di intelligence impegnate nelle operazioni contro l’Iran, oltre a 12 miliardi di aiuti agli agricoltori colpiti dalla guerra commerciale del presidente Donald Trump. I restanti 10 miliardi di dollari sono destinati a programmi elettorali legati alle nuove restrizioni al voto promosse da Trump a livello nazionale, inseriti in quanto il più ampio “SAVE America Act” non dispone delle coperture politiche necessarie.  

Per il partito si tratta dell’ultimo grande banco di prova legislativo prima delle elezioni di metà mandato di novembre, il cui esito determinerà la maggioranza al Congresso per la seconda parte del mandato presidenziale.