Incredibili 80: il titolo scelto per il suo tour estivo era già, nello stile inconfondibile di Edoardo Bennato, una piccola provocazione, uno sberleffo al tempo che passa e alle convenzioni. “Quando sarò grande” recita il sottotitolo, quasi una dichiarazione d’eterna giovinezza per un artista che ha fatto della libertà, dell’ironia e dello spirito ribelle la propria cifra artistica.
Edoardo Bennato ha appena festeggiato gli 80 anni, reduce dal trionfo al Circo Massimo, uno dei luoghi simbolo della musica dal vivo italiana. Una carriera lunga oltre mezzo secolo, iniziata nei vicoli di Napoli e arrivata sui palchi più importanti, sempre con la stessa energia del ragazzo che imbracciava la chitarra e sfidava il mondo con canzoni capaci di unire rock, blues, folk e una pungente satira sociale.
Pirata del rock, cantastorie moderno e Peter Pan mai allineato, Bennato è stato il primo artista italiano a riempire San Siro. Era il 19 luglio del 1980: una data entrata nella storia della musica italiana. Quell’anno magico segnò un altro record ancora oggi difficilmente replicabile: 15 stadi in un solo mese. Un’autentica rivoluzione per un cantautore italiano, resa possibile dal carisma di un musicista che aveva portato nel nostro Paese un linguaggio nuovo, fatto di energia internazionale e radici mediterranee.
Sul palco Bennato era una band intera: chitarra, armonica, kazoo, tamburelli a pedale e una presenza scenica irriverente. Proprio il kazoo, strumento semplice e quasi giocoso, diventò uno dei simboli del suo modo di fare musica: trasformare l’oggetto quotidiano in qualcosa di sorprendente.
Durante L’isola che non c’è, nel concerto milanese, il pubblico illuminò lo stadio con migliaia di accendini, un’immagine rimasta nella memoria collettiva e che oggi rivive con le luci degli smartphone nelle grandi arene.
Il “cantautore”, parola che lui stesso ha spesso ironizzato e messo in discussione, ha saputo parlare a generazioni diverse perché le sue storie non hanno mai avuto una data di scadenza. Un giorno credi, Dotti, medici e sapienti, In fila per tre, A cosa serve la guerra: brani nati in epoche diverse ma ancora capaci di interrogare il presente, con quella capacità rara di raccontare il potere, la società e le illusioni collettive attraverso favole apparentemente semplici.
Dietro il personaggio pubblico c’è però soprattutto un uomo profondamente legato alle proprie origini. Bennato è figlio dei Campi Flegrei, una terra che non è soltanto un luogo geografico ma una vera patria sentimentale. Bagnoli, Napoli, Nisida, il mare e le persone incontrate lungo il cammino sono elementi ricorrenti nella sua storia personale e artistica. La scritta “Campi Flegrei” sulle sue magliette non è un vezzo nostalgico, ma un omaggio alle radici, alla comunità e agli amici di sempre. Ogni racconto della sua vita parte proprio da Bagnoli e dalla figura fondamentale della madre, la “mamma coraggio” che intuì il talento musicale dei figli e, per tenerli impegnati durante le vacanze estive, li affidò a un’insegnante di musica.
Da quell’intuizione nacque un percorso destinato a cambiare la musica italiana. Anche il rapporto con il fratello Eugenio, musicista raffinato e talentuoso, è parte della leggenda familiare: un confronto artistico fatto di stima, ma anche di battute e provocazioni, come quella celebre del fratello che lo definiva scherzosamente un “rinnegato”.
La sua storia ha qualcosa di cinematografico. Dopo la laurea in Architettura a Milano, con una tesi visionaria dedicata a una possibile metropolitana dei Campi Flegrei, progetto poi rappresentato anche nella copertina dell’album Io che non sono l’imperatore, Bennato inseguì il sogno della musica con una determinazione quasi ostinata. Gli inizi non furono semplici. Il primo album, Non farti cadere le braccia, non ottenne il successo sperato e qualcuno arrivò a definire la sua voce particolare e graffiante come “sgraziata”. Proprio quella voce, invece, sarebbe diventata una delle più riconoscibili della musica italiana. La svolta arrivò quando Bennato decise di esibirsi come “one man band”, suonando per strada a Roma con chitarra, armonica e percussioni: una scelta coraggiosa che anticipava la sua idea di artista libero da schemi e definizioni.
Il grande pubblico arrivò con album destinati a diventare classici come I buoni e i cattivi e Burattino senza fili. Quest’ultimo, ispirato alla favola di Pinocchio, trasformava i personaggi di Collodi in simboli della società contemporanea. “Come ha fatto Collodi a inventarsi anni fa personaggi che oggi ritroviamo nei telegiornali?”, ha raccontato Bennato dal palco romano, dimostrando ancora una volta il suo talento nel leggere la realtà attraverso le metafore.
Dopo Pinocchio, il suo universo creativo ha incontrato un altro grande mito dell’infanzia: Peter Pan. La favola di Barrie, con Peter e Capitan Uncino trasformati in archetipi moderni, è diventata materia per nuove canzoni e spettacoli teatrali, compreso un musical.
La sua voce resta inoltre legata a uno dei momenti più emozionanti della musica italiana: Un’estate italiana, l’inno dei Mondiali del 1990 interpretato insieme a Gianna Nannini, capace ancora oggi di evocare ricordi e immagini di un’intera generazione.
Oggi la stagione artistica di Bennato è tutt’altro che conclusa. Dopo l’uscita del singolo Ogni settimana, l’artista lavora a un nuovo album previsto per l’autunno. Inoltre sta componendo l’inno della Coppa America Napoli 2027, nella sua terra.