ROMA - Una manodopera criminale ‘improvvisata’ (almeno nel maneggiare dinamite e detonatori) ma ingorda di contante tanto da accettare un compenso di 3.000 euro complessivi per eseguire l’attentato a Sigfrido Ranucci del 16 ottobre scorso davanti alla sua abitazione di Pomezia, vicino a Roma.

È uno degli aspetti che emerge dall’interrogatorio di Pellegrino D’Avino, ora in carcere, perché ritenuto uno degli esecutori materiali dell’attacco contro il giornalista d’inchiesta, ex conduttore di Report.

Fu Clesio Gomes Tavares, racconta D’Avino, ad avvicinarlo per strada a Cicciano con una proposta che il verbale riporta testualmente: “Si deve mettere una botta, niente di che una cosa tranquilla”.

E fu sempre il ‘mediatore’ braccio destro di Lavitola (il mandante reo confesso dell’attentato) ad offrire i 3.000 euro. D’Avino ne avrebbe girati 1.200 al padre Antonio Passariello e 1.000 a Saverio Mutone, il terzo uomo della spedizione, trattenendo per sé gli 800 restanti.

C’è un punto, negli atti dell’inchiesta sull’attentato a Ranucci, in cui le due versioni degli indagati principali smettono di sovrapporsi. Antonio Passariello, 53 anni, e suo figlio Pellegrino D’Avino, 27, sono stati interrogati lo stesso giorno, il 27 agosto, dal pm della Dda capitolina Edoardo De Santis. Uno la mattina, l’altro il pomeriggio.

Entrambi ammettono la propria parte nella storia dell’ordigno esploso il 16 ottobre davanti alla casa dell’ex conduttore di Report. Ma su chi sapesse cosa, e su chi avesse in mano che cosa, i due verbali raccontano due storie diverse. Passariello è il padre, l’uomo che ha materialmente piazzato la bomba e l’ha fatta esplodere. Lo ammette senza troppi giri di parole, ma prova a scaricarsi di dosso la consapevolezza di quello che stava maneggiando. “Mio figlio Pellegrino mi diceva che l’ordigno conteneva solo polvere da sparo”, mette a verbale, e ribadisce di non conoscere “il funzionamento dell’ordigno”.

Peccato che il resto del racconto smentisca l’immagine dell’uomo ignaro: prima si procura passamontagna e guanti per non farsi riconoscere, poi nasconde la bomba nel vano ruota di scorta della Fiat 500 a noleggio e il telecomando nel cruscotto. Arrivato a Roma, la posiziona vicino al cancello.

Il telecomando, al primo tentativo, non funziona. E qui arriva il passaggio che agli inquirenti non torna: invece di allontanarsi, Passariello si riavvicina. “Giunto, quindi, a non più di circa 5 metri dall’ordigno”, racconta, preme di nuovo il pulsante e la bomba esplode.

Nel parere con cui si è opposto agli arresti domiciliari, il pm De Santis smonta punto su punto questa versione. Dentro quell’ordigno scoppiato all’esterno della casa di Ranucci, ricorda, c’era gelatina da cava, dinamite per uso industriale ad alto potenziale, difficile da reperire; l’innesco, mai trovato, era compatibile con un detonatore a miccia lenta. Difficile immaginare, è la tesi dell’accusa, che un uomo capace di avvicinarsi a cinque metri da un simile ordigno senza esitazioni non ne conoscesse la natura.