GENOVA - Che cosa resta di un Paese quando (molti) dei suoi cittadini partono? Forse una lingua, di certo una memoria, ma molto spesso anche un’abitudine, una passione capace di attraversare oceani e generazioni. Nel caso dell’Italia, una di queste passioni è senza dubbio il ciclismo, uno sport che per decenni ha accompagnato la vita delle comunità italiane all’estero e che oggi torna a raccontare, in modo nuovo, le storie dell’emigrazione grazie al progetto audiovisivo immersivo presentato dal MEI (Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana) e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale a Sofia, in Bulgaria, in occasione della partenza del Giro d’Italia.

Presentato al Kvadrat 500 – la Galleria Nazionale Bulgara – il progetto accompagna le iniziative culturali organizzate attorno alle prime tappe del Giro ospitate nel Paese balcanico e rappresenta una nuova tappa del percorso internazionale intrapreso dal MEI per raccontare l’emigrazione italiana attraverso lo sport, considerato dal presidente della Fondazione MEI, Paolo Masini, “uno strumento di integrazione che ieri ha accompagnato le comunità italiane all’estero e che oggi continua ad avere lo stesso ruolo per chi arriva nel nostro Paese”.

L’audiovisivo, curato da Opera Laboratori con la regia di Federico Basso e realizzato in collaborazione con la Federazione Ciclistica Italiana, attraversa oltre un secolo di storia sportiva e sociale partendo dalla nascita dell’Unione Velocipedistica Italiana e dell’Unione Ciclistica Internazionale per arrivare ai protagonisti contemporanei del ciclismo mondiale, ma ciò che colpisce maggiormente è il modo in cui le grandi imprese sportive vengono continuamente riportate alla dimensione umana dell’emigrazione, delle radici e del riscatto sociale.

“Noi affrontiamo il tema dello sport da tempo in maniera molto importante, perché crediamo che lo sport, soprattutto quello di squadra ma non solo, sia stato, sia e continuerà a essere uno strumento di integrazione”, ha raccontato Masini nel corso della nostra intervista, spiegando come il progetto nasca da un lavoro avviato anni fa e sviluppato attraverso una sala immersiva itinerante che il MEI porta nei diversi Paesi del mondo adattando ogni volta il racconto al territorio che la ospita.

Un’esperienza che ha già toccato città simboliche dell’emigrazione italiana, da Puerto Madero in Argentina fino a Houston e New Orleans negli Stati Uniti, dove il museo ha raccontato le storie degli italoamericani nel baseball in occasione del World Baseball Classic, soffermandosi su figure leggendarie come Joe DiMaggio e sui tanti giocatori di origine italiana che hanno segnato la storia della Major League Baseball.

“A Puerto Madero abbiamo parlato del Boca Juniors e delle società nate grazie agli italiani emigrati. Abbiamo avuto sessantamila visitatori e abbiamo capito che era un format che funzionava”, ha spiegato Masini. A Sofia, invece, il protagonista è stato il ciclismo, raccontato non solo attraverso le imprese di campioni universalmente conosciuti come Fausto Coppi, Gino Bartali, Felice Gimondi, Francesco Moser o Marco Pantani, ma anche grazie a storie meno note e proprio per questo profondamente emblematiche, come quella di Maurice Garin, lo spazzacamino valdostano emigrato in Francia che vinse il primo Tour de France, o quella di Nino Borsari, ciclista emiliano emigrato in Australia e diventato un punto di riferimento della comunità italiana di Melbourne.

Accanto a loro trovano spazio anche figure femminili come Alfonsina Strada, pioniera del ciclismo italiano, Florinda Parenti, figlia di emigrati italiani in Belgio, e campionesse contemporanee come Paola Pezzo, Alessandra Cappellotto, Antonella Bellutti e Vittoria Bussi, in un racconto che evita la celebrazione nostalgica e sceglie invece di mettere al centro la relazione profonda tra sport e mobilità umana.

Per Masini, il lavoro avviato dal museo rappresenta soltanto una parte di una progettualità più ampia che punta a censire e valorizzare le realtà sportive fondate dagli italiani nel mondo attraverso La Fune Azzurra, un grande progetto sostenuto dal Ministero dello Sport e dal MAECI che sta raccogliendo testimonianze, dati e materiali storici sulle società nate dall’emigrazione italiana. “Vogliamo capire quanto lo sport sia stato uno strumento di accoglienza e integrazione nelle comunità in cui gli emigrati si sono stabiliti”, ha spiegato il presidente del MEI, sottolineando anche il valore sociologico di questo lavoro.

Parallelamente, il museo sta sviluppando il progetto Il Civico delle Radici, un percorso dedicato alle case e ai luoghi simbolici degli emigrati italiani che hanno lasciato un segno nello sport e nella cultura dei Paesi di arrivo. Attraverso targhe interattive dotate di QR code, i visitatori potranno scoprire le storie di figure come don Lorenzo Massa, tra i fondatori del San Lorenzo de Almagro in Argentina, o dei grandi campioni italoamericani del baseball, in un intreccio continuo tra memoria, territorio e innovazione tecnologica.

 “È un modo per segnare i luoghi dell’emigrazione in maniera innovativa, coinvolgendo anche le scuole e le nuove generazioni”, ha spiegato Masini. In questo senso, il progetto immersivo dedicato al ciclismo non appare soltanto come un evento legato al Giro d’Italia, ma come un tassello di una più ampia narrazione culturale che prova a restituire dignità, complessità e contemporaneità alla storia degli italiani nel mondo, raccontando lo sport non come semplice competizione ma come linguaggio universale capace di custodire l’identità tricolore anche a migliaia di chilometri di distanza.