MADRID - Lo spostamento simultaneo di oltre 50mila persone attraverso il confine tra Marocco e l’enclave spagnola di Ceuta rappresenta un evento di portata storica. Nell’analisi elaborata dall’Adnkronos, l’immediato, l’ingresso a nuoto di migliaia di migranti richiama alla memoria le grandi crisi del passato, come l’approdo della nave Vlora con 20mila albanesi nel porto di Bari l’8 agosto 1991.  

Tuttavia, quanto accaduto tra giovedì e venerdì scorso sul confine nordafricano presenta contorni ben più complessi di un semplice fenomeno migratorio, configurandosi piuttosto come una vera e propria operazione di guerra ibrida in cui si intrecciano tensioni geopolitiche, disinformazione e pressioni internazionali. 

I primi interrogativi sull’accaduto riguardano il ruolo delle autorità di Rabat. La frontiera tra Marocco e Ceuta è considerata tra le più presidiate del Mediterraneo; ciononostante, i controlli sono stati improvvisamente omessi o deliberatamente sospesi. Data la conformazione geografica dell’enclave (isolata e distante circa 60 chilometri dai centri abitati marocchini più vicini) appare verosimile che il flusso sia stato favorito da un’organizzazione logistica difficile da realizzare senza la complicità o il supporto dell’apparato statale locale. 

All’origine di questo atteggiamento vi sarebbero le recenti tensioni diplomatiche scaturite dall’avvicinamento tra Madrid e l’Algeria, storica rivale del Marocco nella disputa sulla sovranità del Sahara occidentale. A ciò si aggiunge il fatto che Rabat ha sempre considerato illegittime le due enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, ritenendole un retaggio dell’epoca coloniale. L’assenza di controlli si configurerebbe così come un avvertimento diretto al governo spagnolo. 

In questo scenario, la reazione del presidente Pedro Sánchez (affrettatosi a parlare di “collaborazione esemplare con il Marocco”) risponde a precise esigenze strategiche. Da un lato, la gestione dei flussi potrebbe essere dipesa da settori specifici senza una deliberata regia centrale del governo di Rabat; dall’altro, la cooperazione marocchina resta indispensabile per la tutela dell’ordine pubblico nelle enclavi. Riconoscere la necessità di questo asse ha indotto il premier spagnolo a contenere i danni per ricucire tempestivamente lo strappo. 

Inoltre, l’impreparazione mostrata dalle istituzioni spagnole ha sollevato forti critiche nei confronti dei servizi segreti di Madrid. Secondo ricostruzioni riportate da El País, l’esodo verso Ceuta sarebbe stato agevolato da settori dell’intelligence marocchina, pur senza scaturire da un piano preordinato fin dall’inizio. 

A innescare lo spostamento di massa avrebbe contribuito una massiccia campagna di disinformazione online, caratterizzata da notizie false diffuse sui social network circa la presunta impossibilità di essere rimpatriati una volta entrati in territorio spagnolo. Tale dinamica è stata ulteriormente alimentata dall’interpretazione delle recenti sentenze del Tribunal Supremo (che limitano i respingimenti immediati per chi giunge a nuoto) e dai provvedimenti di regolarizzazione dei migranti sul territorio nazionale, che hanno generato un marcato “effetto chiamata”.  

Di fronte a questa convergenza di fattori, tra reti di trafficanti e disinformazione, l’intelligence spagnola avrebbe, quindi, sottovalutato le informazioni a disposizione, mentre il governo marocchino avrebbe invece colto l’opportunità politica derivante dalla situazione. 

Allargando lo sguardo al contesto globale, la crisi di Ceuta va a colpire uno dei governi europei che si è opposto con maggiore fermezza all’indirizzo politico della presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti. Madrid ha mantenuto posizioni critiche sulla guerra a Gaza e sull’azione statunitense nei confronti dell’Iran, negando l’uso delle proprie basi militari e opponendosi all’innalzamento della spesa per la difesa al 5% del Pil; decisioni a fronte delle quali la Casa Bianca non ha nascosto l’intenzione di adottare ritorsioni. 

Sulle rivendicazioni territoriali marocchine riguardanti Ceuta e Melilla si sono registrate pressioni sia da parte statunitense sia da parte di Israele, in una fase di forte consolidamento dei rapporti tra Washington e Rabat. Emblematico è stato l’annuncio rilasciato da Trump sul proprio social network Truth, in cui il presidente Usa ha dichiarato che il Marocco intitolerà al suo nome un tratto dell’autostrada Tiznit-Dakhla. Di fronte alle immagini trasmesse da Fox News, lo stesso Trump ha commentato: “È terribile. Ricordatevi quelle immagini. Saremo noi fra tre anni se vincerà la parte sbagliata”, evidenziando l’uso propagandistico della vicenda in chiave interna. 

Sullo sfondo si delinea la speculazione di un più ampio fronte di interessi (una sorta di “coalizione” della disinformazione che spazia dalla Russia all’estrema destra populista europea, fino alla corrente repubblicana MAGA) accomunato dall’uso sistematico di notizie false per condizionare l’opinione pubblica e destabilizzare il quadro politico. 

Sul piano politico interno, gli eventi di Ceuta indeboliscono la leadership di Sánchez e del Partito Socialista, rafforzando le tesi della formazione di destra Vox e spingendo il Partito Popolare su posizioni di maggiore rigidità in materia di contrasto all’immigrazione. 

A livello europeo, la crisi rischia di determinare un progressivo isolamento di Madrid. Ventidue Paesi membri hanno sottoscritto una lettera promossa dai governi di Italia e Danimarca per chiedere interventi urgenti a tutela della sicurezza nazionale, arrivando a mettere in discussione la tenuta dell’area Schengen. All’appello inviato al Consiglio e alla Commissione europea non hanno aderito soltanto Francia, Portogallo, Lussemburgo, l’Irlanda (in qualità di presidente di turno dell’Ue) e la stessa Spagna. La gravità dello strappo ha indotto le istituzioni comunitarie a convocare d’urgenza un vertice straordinario dei 27 ministri degli Interni.