WASHINGTON - L’annuncio di imminenti nuove operazioni militari contro l’Iran, seguito da una repentina marcia indietro motivata dalle richieste giunte dallo stesso Paese persiano, dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e dal Qatar. Poi, subito dopo, le dichiarazioni su una ripresa dei colloqui in tempi brevissimi.  

La repentina sequenza di prese di posizione firmata da Donald Trump è stata prontamente ridimensionata da Teheran: “Al momento non siamo impegnati in negoziati con gli Stati Uniti”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei. Nelle affermazioni riportate dall’agenzia Mehr, il funzionario ha precisato come attualmente vi siano interlocuzioni in corso “solo” con l’Oman per definire un’intesa sul transito sicuro nello Stretto di Hormuz. 

Negli oltre cinque mesi trascorsi dall’inizio del conflitto, l’inquilino della Casa Bianca si è trovato a più riprese in situazioni analoghe, minacciando reazioni durissime per poi ipotizzare un imminente tavolo negoziale con la Repubblica islamica, come evidenziato dal New York Times. “Un vicolo cieco è la spiegazione migliore che mi sia venuta in mente”, ha osservato Khaled Elgindy del Center for Contemporary Arab Studies della Georgetown University, sottolineando come il tycoon tenda ad allinearsi “nella direzione dell’ultima persona con cui parla, ovvero Mohammed bin Salman, e prima ancora Benjamin Netanyahu”. 

Il 28 luglio si è tenuto l’incontro alla Casa Bianca tra Trump e il premier israeliano, a cinque mesi di distanza da quel 28 febbraio in cui Stati Uniti e Israele avviarono le operazioni militari contro l’Iran, a cui Teheran ha risposto prendendo di mira obiettivi nei Paesi del Golfo. Poche ore dopo il vertice con Netanyahu, Trump ha incontrato il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, a seguito dei raid condotti da Washington e Riad contro le milizie filoiraniane in Iraq. Nel fine settimana si è poi svolto un colloquio telefonico tra il presidente statunitense e il principe ereditario Mohammed bin Salman, preceduto da una telefonata tra il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il suo omologo saudita, Faisal bin Farhan.  

Secondo quanto riferito da un ex alto funzionario statunitense e da altre fonti citate dal quotidiano di New York, Mohammed bin Salman avrebbe esercitato la propria influenza su Trump per dissuaderlo dall’ordinare un’ulteriore escalation militare. La monarchia saudita, colpita dalla ritorsione di Teheran e preoccupata per un allargamento del conflitto su scala regionale, continua infatti a premere per una soluzione negoziale.   

L’analisi evidenzia come, a fronte dell’ottimismo mostrato da Trump nel fine settimana circa una ripresa delle trattative e le prospettive di un rapido accordo sullo Stretto di Hormuz, i toni usati da Teheran smentiscano qualsiasi contatto diretto con Washington. L’Iran appare infatti concentrato su un’intesa a livello bilaterale con l’Oman per la gestione della via d’acqua. Nelle dichiarazioni diffuse dalla Mehr, il portavoce della diplomazia iraniana ha ribadito la natura esclusivamente bilaterale dei contatti con Muscat, finalizzati a definire soluzioni “temporanee” a “garanzia della sicurezza” nello Stretto. 

Dopo giorni di minacce offensive, Trump punta nuovamente sulla via diplomatica per ottenere ciò che non ha raggiunto con il conflitto. Il Wall Street Journal sottolinea come l’incognita risieda nella capacità dei Paesi partner del Golfo di compiere progressi sufficienti a riaprire la navigazione nello Stretto di Hormuz, almeno temporaneamente, gettando le basi per eventuali futuri negoziati sul dossier nucleare. Tuttavia, il quotidiano economico sottolinea l’esistenza di un “ciclo” dinamico (basato sull’alternanza tra il rilancio dell’opzione militare e il suo repentino accantonamento) che finisce per destabilizzare il Medio Oriente e complicare l’agenda interna dell’Amministrazione. 

Un giudizio critico sull’approccio della Casa Bianca giunge da Daniel Shapiro, già ambasciatore in Israele sotto la presidenza Obama e successivamente alto funzionario del Pentagono con l’Amministrazione Biden, il quale ha definito tale condotta come “un duro colpo per la deterrenza statunitense”. Shapiro ha spiegato che ciò significa che “nessuno crede a una sola parola di ciò che dice, né gli alleati e né certamente i nostri avversari iraniani”. 

A meno di due mesi dall’annuncio del memorandum d’intesa siglato a giugno, la strada diplomatica ha finora al riparo l’Amministrazione Trump dai rischi connessi a un intervento militare su larga scala. Tuttavia, il percorso negoziale presenta insidie evidenti: il rischio principale è che Teheran possa interpretare l’esitazione di Washington come un segnale di debolezza, volgendola a proprio favore per massimizzare il potere contrattuale ai tavoli di trattativa, mentre sullo sfondo si avvicina la scadenza delle elezioni di Midterm.