Viviamo immersi in una realtà precaria, fatta di incongruenze e immagini difficili da comprendere che scorrono senza tregua davanti ai nostri occhi. Video di guerre, tragedie e violenze vengono consumati con impressionante rapidità, quasi fossero frammenti di una narrazione distante. Come se gli spettatori di oggi fossero ormai capaci di assorbire la brutalità quotidiana perché percepita come qualcosa di fittizio, filtrato da uno schermo. Eppure, nel mondo antico, la capacità di leggere – e soprattutto di riflettere – sulle idiosincrasie umane, sui vizi più estremi, sulle debolezze e sulle atrocità, passava soprattutto attraverso il palcoscenico. Era il teatro a insegnare all’uomo come ridere o piangere di se stesso. Alla fine di una tragedia o di una commedia, ciò che emergeva con forza era la consapevolezza che quella storia rappresentata appartenesse, in fondo, all’umanità intera.
È in questa chiave che, al Co.As.It., lo scorso venerdì 22 maggio, il teatro classico è tornato a interrogare il presente. Non come semplice esercizio accademico o rievocazione del passato, ma come strumento ancora capace di raccontare le inquietudini, le contraddizioni e le fragilità dell’uomo contemporaneo.
È stata proprio questa l’atmosfera che ha caratterizzato The Show Must Go On! – Excerpts from Greek and Roman Theatre, performance organizzata da The University of Melbourne, Hellenic Museum e Co.As.It. nell’ambito della National Archaeology Week 2026. Un progetto che ha coinvolto studenti universitari undergraduate e postgraduate, insieme agli studenti della University High School, riportando in scena testi che, a distanza di oltre duemila anni, continuano a parlarci con estrema lucidità.
“È bellissimo vedere qui così tante persone di talento gratuitamente questa sera, pronte a mostrarvi capacità artistiche e comunitarie che forse non immaginavate nemmeno possedessero”, ha dichiarato Carmelina Calabrò, coordinatrice del programma Next Gen, rivolgendo poi un lungo applauso agli studenti coinvolti nel progetto.
Il professor Gijs Tol del dipartimento di Classics and Archaeology dell’Università di Melbourne ha invece ricordato la collaborazione nata negli ultimi anni tra le istituzioni coinvolte, definendola una delle esperienze più significative del calendario culturale legato alla settimana nazionale dell’archeologia. Dopo il tema del cibo affrontato nella scorsa edizione, quest’anno il focus si è naturalmente spostato sul teatro antico e sul suo lascito culturale.
Sul palco si sono alternate tre opere emblematiche della tradizione greca e romana. Le Troiane di Euripide ha trascinato il pubblico dentro il dolore delle donne di Troia dopo la distruzione della città, mostrando come la guerra non annienti soltanto i vinti, ma finisca per disumanizzare anche i vincitori. Un testo che, inevitabilmente, risuona con i conflitti e le devastazioni che continuano a segnare il mondo in cui viviamo.
Con Le rane di Aristofane il tono è invece cambiato radicalmente, lasciando spazio alla satira e alla comicità corrosiva. Attraverso il viaggio del dio Dioniso negli inferi per riportare in vita Euripide, la commedia ha offerto una riflessione ironica sul ruolo dell’arte, della cultura e degli intellettuali in tempi di crisi.
Infine, Pseudolus di Plauto ha chiuso la serata con i ritmi brillanti della commedia romana, tra inganni, stratagemmi e giochi di potere. Al centro della vicenda lo schiavo Pseudolus, disposto a tutto pur di aiutare il proprio giovane padrone a salvare la donna amata. Una storia farsesca e irriverente che, dietro l’umorismo, discute di classi sociali, desiderio di libertà e rapporti di potere.
L’obiettivo è quello di ‘guardare’ dall’alto, la nostra fallibilità. “La parola theatron significa letteralmente ‘luogo del vedere’”, ha spiegato Sarah, docente di Classics and Archaeology all’Università di Melbourne, che ha accompagnato il pubblico dentro il significato più autentico dell’esperienza teatrale antica, ricordando come nell’antica Grecia il teatro fosse innanzitutto un momento collettivo e rituale. La serata si inserisce all’interno di un programma più ampio dedicato al teatro nel mondo greco e romano che nei giorni precedenti e successivi ha incluso anche laboratori creativi per bambini, attività museali e incontri universitari dedicati all’archeologia teatrale nel Mediterraneo antico. Un percorso culturale che ha riportato al centro non soltanto il valore del patrimonio classico, ma anche la sua sorprendente capacità di continuare a dialogare con il presente.
“L’aggettivo ‘greco-romano’ è straordinario: permette di racchiudere oltre due millenni di storia e un Mediterraneo in continua trasformazione, in appena cinque sillabe”, ha concluso.