BRISBANE – L’Australia dovrebbe rivedere le proprie regole sulla pesca e sull’acquacoltura per incrementare l’offerta locale sostenibile e ridurre la dipendenza da prodotti importati che possono avere un impatto ambientale maggiore.
È la conclusione di uno studio pubblicato dalla James Cook University, secondo cui l’attuale sistema presenta una contraddizione: il Paese impone standard ambientali molto elevati alla propria industria ittica, ma importa gran parte del pesce consumato da mercati soggetti a criteri differenti.
Nonostante circa otto milioni di chilometri quadrati di acque destinate alla pesca, l’Australia occupa soltanto il 52esimo posto al mondo per produzione di prodotti ittici.
Andrew Chin, autore principale dello studio e ricercatore della James Cook University, sostiene che questa dipendenza possa non soltanto spostare altrove gli effetti negativi, ma anche amplificarli.
“Abbiamo una situazione in cui ci contraddiciamo - ha dichiarato -. Imponiamo standard ambientali molto elevati alle nostre attività di pesca, ma chiudiamo un occhio quando importiamo i prodotti ittici. È tutto un unico oceano”.
Un esempio indicato dagli studiosi è il basa, pesce gatto allevato in grandi quantità nel delta del Mekong, in Vietnam, e importato in Australia per migliaia di tonnellate.
Il prodotto viene spesso utilizzato nei fish and chip shop come alternativa a basso costo. Secondo lo studio, però, il suo allevamento intensivo può contribuire all’accumulo di nutrienti e antibiotici nelle acque locali e richiede notevoli quantità di mangime.
“Non si possono semplicemente chiudere attività di pesca commerciale sostenendo di farlo per ragioni ambientali e poi importare decine di migliaia di tonnellate di basa dal Vietnam”, ha affermato Chin.
Gli autori del rapporto chiedono standard più severi per le importazioni, insieme a maggiori obblighi di etichettatura e certificazione.
Raccomandano inoltre investimenti nella pesca commerciale e nell’acquacoltura australiane, accompagnati da riforme capaci di conciliare sostenibilità ambientale e sostenibilità economica per produttori e consumatori.
Jonathan Smart, coautore dello studio, ha precisato che l’obiettivo non è allentare le regole, ma determinare per ogni attività il livello sostenibile di cattura e sfruttarlo pienamente.
Ha citato come esempio la graduale eliminazione delle reti da posta nel Queensland, che avrebbe ridotto la disponibilità sul mercato di barramundi e king threadfin pescati localmente.
Il direttore generale di Seafood Industry Australia, John Ackerman, ha infine sostenuto che molti australiani rimarrebbero sorpresi nello scoprire quanto il Paese dipenda dalle importazioni.
“Vogliamo essere riconosciuti come una nazione della pesca, non soltanto come una nazione circondata dal mare”, ha dichiarato.