Per molti anni la politica, e la società, australiana si sono considerate immuni dalle grandi convulsioni che hanno investito le democrazie occidentali. Gli Stati Uniti hanno avuto Donald Trump.
Il Regno Unito ha visto l’ascesa di Nigel Farage e di Reform UK. In Francia, Germania, Italia e Austria i partiti tradizionali nel tempo hanno perso terreno a favore di movimenti anti-establishment.
In Australia, invece, si è continuato a pensare che il sistema elettorale, la cultura politica moderata e la stabilità istituzionale rappresentassero una sorta di barriera fisiologica contro queste dinamiche.
Oggi più che mai questa convinzione appare sempre più fragile. L’ascesa di One Nation e di Pauline Hanson non può più essere liquidata come una protesta passeggera o come l’ennesima fiammata populista destinata a spegnersi.
Il sottoscritto è tra quelli che ha espresso molte perplessità rispetto al fenomeno One Nation che, occorre dirlo, fino ad oggi ha assunto forma concreta finora nel voto in South Australia e nella suppletiva di Farrer.
Sul fronte dei sondaggi, invece, continua a crescere e in quelli più rilevanti delle ultime settimane il partito di Pauline Hanson è davanti sia ai laburisti sia alla Coalizione, è evidente che tutto ciò non possa essere classificato come mero dato statistico. Siamo in presenza, l’abbiamo già ripetuto più volte, di tutti gli elementi utili per parlare di un cambiamento più profondo che sta attraversando la società e la politica australiana.
A fronte del crescente aumento di consenso di One Nation, sembra che i partiti tradizionali si stiano ponendo le domande sbagliate, nell’ansia di fermare Hanson, mancando invece di chiedersi il motivo più profondo del perché un numero sempre maggiore di australiani ritenga che il sistema politico del governo e dell’opposizione non sia più in grado di rappresentarli.
Per comprendere ciò che sta accadendo bisognerebbe guardare oltre le singole proposte politiche. Il successo di One Nation non deriva principalmente dal suo programma. Un programma che, lo si è sottolineato più volte, contiene posizioni incomplete, contraddittorie o prive di dettagli concreti.
Eppure il consenso continua a crescere. Questo perché il fenomeno è prima culturale e poi politico. Hanson si presenta come la voce di chi ritiene che l’Australia abbia smarrito la propria direzione, che le istituzioni siano distanti e che le élite politiche, economiche e mediatiche non comprendano più la realtà quotidiana delle famiglie australiane.
La forza del populismo contemporaneo sta proprio qui. In una fase storica in cui la capacità di approfondimento e di analisi è ridotta alla lettura di una riga di testo su una qualsiasi piattaforma social, sembra chiaro come chi abbia interesse a utilizzare messaggi semplici con parole ancora più semplici, non debba necessariamente offrire una visione coerente del futuro.
Basta invece una spiegazione semplice del malessere presente. Individuare responsabili, alimentare un senso di appartenenza e promettere una rottura con lo status quo. Creare la semplice dicotomia del ‘bene’ e del ‘male’, di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e la ricetta è pronta.
In fondo, il messaggio è lo stesso che abbiamo visto lanciare in altri Paesi occidentali: il sistema non funziona più e noi siamo quelli che abbiamo il coraggio di ribaltarlo.
One Nation usa molto la leva dell’immigrazione, trova ascolto in ambiti dell’elettorato preoccupati per la pressione sulle infrastrutture, sul mercato immobiliare e sui servizi pubblici. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui, per immaginare una risposta concreta alla ‘facile’ offerta politica di Pauline Hanson e della sua squadra.
Le radici della crescita di One Nation sono invece più profonde e come tali vanno analizzate. Negli ultimi anni in Australia abbiamo attraversato una successione quasi ininterrotta di crisi, una dopo l’altra: la pandemia, l’aumento del costo della vita, la difficoltà crescente del settore immobiliare, un tempo caposaldo dello stile di vita australiano, l’incertezza internazionale, le trasformazioni del mercato del lavoro e l’avanzata delle nuove tecnologie.
Molti cittadini stanno percependo un fatto chiaro: pur lavorando più duramente, il loro tenore di vita non migliora. Anzi, in alcuni casi peggiora. È in questo contesto non è difficile immaginare la crescita di un movimento ‘anti-establishment’.
Per decenni il contratto implicito delle società occidentali era semplice: chi si impegnava, stava dentro le regole, rispettava la legge, avrebbe visto migliorare la propria condizione e quella dei propri figli.
Oggi, per motivi complessi, questa promessa appare meno credibile. L’accesso al mercato immobiliare rimane proibitivo per molti giovani, nonostante il governo Albanese stia provando, anche a costo di rimangiarsi promesse elettorali, a mettere un freno. Le prospettive di mobilità sociale oggi sembrano più limitate rispetto a ieri. La fiducia nelle istituzioni è in declino. Quando il futuro appare meno sicuro del passato, la tentazione di cercare risposte radicali aumenta inevitabilmente.
C’è poi un altro elemento che la politica tradizionale continua a sottovalutare o, peggio ancora, a considerare male e utilizzare in maniera poco sensata: il cambiamento del rapporto tra cittadini e informazione.
Prima dell’ondata di cui abbiamo accennato, quella di oggi, dell’informazione da ‘una riga’, il sistema politico ha potuto contare su una mediazione esercitata dai media tradizionali, dalle organizzazioni sociali e dai sindacati. Oggi quella mediazione è molto più debole. I social media consentono ai leader, populisti o meno, di parlare direttamente ai propri sostenitori, aggirando filtri e verifiche.
La comunicazione politica è diventata quindi sempre più ‘di pancia’ e meno razionale, meno approfondita. Come si possa pensare che riesca a essere ancora valida la qualità delle proposte, una valutazione che richiederebbe analisi, studio e approfondimento. Ben più semplice è cogliere frustrazioni, cavalcare la rabbia e offrire la risposta del ‘bene’ contro il ‘male’.
In questo scenario, gli errori, le contraddizioni e perfino gli scandali sembrano avere un impatto limitato. Anzi, spesso rafforzano la narrativa del politico perseguitato dalle élite. La stessa Hanson ha costruito gran parte della sua carriera politica su questo meccanismo. Ogni critica viene trasformata in una conferma della propria autenticità e della distanza rispetto all’establishment, una sorta di ‘uno vale uno’ di grillina memoria in Italia.
Il punto è che in questi casi anche le manifestazioni di protesta contro One Nation rischiano di produrre l’effetto opposto a quello desiderato.
Basti vedere quanto accaduto venerdì a Melbourne con la cancellazione dell’evento di raccolta fondi previsto nel ristorante Giorgio Casa, dopo le minacce di proteste organizzate da gruppi della sinistra radicale, che ha offerto al partito, ai suoi leader Pauline Hanson e Barnaby Joyce, l’occasione di rafforzare la propria immagine di vittime della censura del ‘resto della politica’.
Per molti elettori indecisi o già dalla parte di One Nation, questi episodi finiscono per confermare la percezione che esista un sistema intenzionato a impedire l’espressione di opinioni scomode.
Naturalmente sarebbe sbagliato concludere già da oggi che One Nation sia destinata a vincere le elezioni federali del 2028. La storia politica insegna sempre prudenza. Tra i sondaggi e le urne esiste una distanza enorme. Inoltre, trasformare il consenso di protesta in una forza di governo richiede candidati credibili, organizzazione territoriale e una piattaforma politica capace di reggere all’esame dell’opinione pubblica.
Tuttavia sarebbe altrettanto pericoloso liquidare il fenomeno come una semplice anomalia. L’errore commesso da molte forze politiche occidentali negli ultimi dieci anni è stato considerare il populismo come una parentesi temporanea.
In realtà esso si è rivelato il sintomo di una trasformazione strutturale. Le grandi appartenenze ideologiche del Novecento si sono indebolite. I partiti tradizionali faticano a costruire identità collettive forti. Gli elettori sono più mobili, più disillusi e meno fedeli. La politica diventa sempre più una competizione tra narrazioni di cambiamento e difesa dell’esistente.
È qui che si gioca la sfida dei prossimi anni.