Il tempo del vino è lento. È lo stesso tempo che tiene insieme le persone e attraversa le generazioni. Questi giorni segnano per Francesco Aloisio un passaggio importante della sua vita in Australia: 67 anni da quel 14 aprile 1959, giorno in cui arrivò. Eppure, ascoltandolo, quel passaggio non appare come una rottura, ma come una continuità.
Francesco viene da Poggioreale, in provincia di Trapani, una terra segnata anche dalla memoria del terremoto del Belice del 1968, che ha cambiato per sempre il volto dei paesi della zona. Quando parte per l’Australia è il più piccolo di otto figli. Ad aspettarlo c’è già una parte della famiglia: un fratello e una sorella, una casa pronta a Leichhardt e, soprattutto, una comunità dove si parla italiano ovunque. “Quella è la bellezza”, ricorda, e arrivare, per lui, non significa perdersi ma continuare. A differenza dei fratelli, Francesco ha la possibilità di andare a scuola in Australia. Frequenta prima la primaria, poi le superiori. Ma è nel lavoro manuale che trova la sua direzione: diventa carpentiere e lavorerà nell’edilizia per quasi tutta la vita. Non la descrive come una scelta casuale, ma come qualcosa che “era nel sangue”. Suo padre, contadino, diceva che avrebbe voluto fare il carpentiere. In quella frase c’è una continuità silenziosa, una linea che passa da una generazione all’altra.
La storia con sua moglie Maria nasce come accadeva allora: tramite conoscenti, famiglie che si parlano, un incontro che apre la strada a qualcosa di più. “Mi sono trovato bene con lei fin da subito. Dopo nove mesi ci siamo sposati, era il 1972”, racconta. Da quel momento, la vita prende una forma precisa: tre figlie, sei nipoti, una tavola sempre apparecchiata.
Se c’è un filo che tiene insieme Sicilia e Australia nella vita di Francesco, quel filo è il vino. Non ricorda nemmeno quando ha iniziato: “Ho sempre fatto vino. Da bambino aiutavo mio padre in campagna. Poi, dopo la sua morte, ho sentito il bisogno di continuare”. Non segue i metodi tradizionali in modo rigido: li adatta e li reinventa. Costruisce strumenti, modifica il torchio, semplifica i processi per poter lavorare anche da solo. Ha persino trasformato il sistema di pressatura: al posto del meccanismo tradizionale, usa un crick da auto per schiacciare l’uva. Una soluzione semplice, che gli permette di lavorare in autonomia. Produce per passione diversi vini, Sangiovese, Malbec e Shiraz tra gli altri, sperimentando anche miscele. Non cerca la perfezione commerciale, ma qualcosa di personale: “Buono, buonissimo”!, come dice lui.
Il vino non è mai separato dalla famiglia. È sulla tavola ogni sera, anche solo per un bicchiere. Accanto al vino ci sono il giardino, il basilico, le focacce fatte la mattina, i salumi, le olive. Tutto rimanda a un modo di vivere che non è stato abbandonato con la migrazione, ma ricostruito. Francesco dice una cosa che suona quasi come una dichiarazione identitaria, quella di sentirsi “forse più siciliano di quelli che stanno in Sicilia”. Non è nostalgia, piuttosto fedeltà a un modo di essere.
E c’è una frase che ritorna nella sua famiglia: “È quello che siamo.” Aloisio l’ha fatta incidere sul suo grembiule e l’ha condivisa con figli e nipot: una sintesi del suo modo di vivere: la famiglia, il vino sulla tavola, il lavoro fatto con le mani, il rispetto per le origini. I nipoti partecipano, osservano, imparano. La trasmissione non avviene nelle parole, ma nei gesti. Quando Francesco parla del padre, gli si velano gli occhi. Non lo dice in modo esplicito, ma è chiaro: fare il vino è anche un modo per restargli vicino. Le tradizioni, qui, non sono qualcosa da conservare o da esibire. Sono gesti che tengono vive le relazioni. Un modo di continuare a stare accanto a chi non c’è più, attraverso quello che si fa ogni giorno. Passano nei nipoti che lo aiutano, nelle mani che imparano, nelle abitudini che restano.
Sessantasette anni dopo quel 14 aprile, Francesco Aloisio non racconta una vita divisa tra Italia e Australia, ma qualcosa di più raro: una vita che ha saputo restare intera, tenendo insieme luoghi, persone e gesti senza mai separarli, una vita in cui partire non ha significato lasciare, ma portare con sé. Il tempo del vino è lento. È lo stesso tempo che tiene insieme le persone e attraversa le generazioni.