A cinquant’anni dalla pubblicazione in Italia di El pueblo unido jamás será vencido, uno dei brani più celebri della musica politica latinoamericana, gli Inti-Illimani entrano nella nuova Enciclopedia della Musica Contemporanea della Treccani. Un riconoscimento che arriva in un momento dal forte valore simbolico: il gruppo cileno viene celebrato a 53 anni dal golpe militare di Augusto Pinochet, lo stesso evento che nel 1973 trasformò una tournée europea nell’inizio di un lungo esilio italiano.
La scelta della Treccani restituisce così alla storia culturale italiana una vicenda nella quale musica, memoria, impegno civile e identità si sono intrecciati per decenni. Gli Inti-Illimani non sono stati soltanto un gruppo musicale capace di portare al grande pubblico sonorità e strumenti della tradizione andina. La loro storia è anche quella di artisti che, lontani dal proprio Paese, hanno trasformato l’esilio in un’occasione di incontro culturale, contribuendo a far conoscere in Italia la realtà politica e sociale del Cile.
La storia degli Inti-Illimani comincia nel 1967, quando un gruppo di studenti dell’Universidad Técnica del Estado di Santiago del Cile dà vita a una formazione destinata a diventare una delle espressioni più importanti della Nueva Canción Chilena.
Quel movimento musicale aveva profonde radici nella tradizione popolare latinoamericana, ma guardava anche alle trasformazioni sociali e politiche del continente. La musica diventava uno strumento per raccontare il presente, recuperare culture e tradizioni locali e dare voce a temi come disuguaglianza, giustizia sociale e partecipazione.
Gli Inti-Illimani svilupparono progressivamente un linguaggio riconoscibile, nel quale gli strumenti della tradizione andina convivevano con una scrittura musicale raffinata. Chitarre, charango, quena, zampoña e altri strumenti tradizionali entrarono così in dialogo con arrangiamenti più complessi e con influenze provenienti da diverse aree dell’America Latina.
Il repertorio della formazione si arricchì inoltre delle opere di alcuni dei più importanti autori latinoamericani. Tra i nomi destinati a lasciare un segno nella loro storia ci sono Violeta Parra, Víctor Jara e Sergio Ortega, figure centrali della cultura musicale cilena del Novecento.
Il rapporto tra gli Inti-Illimani e la stagione politica di Salvador Allende rappresenta uno dei capitoli più significativi della loro storia.
Nel 1970 il gruppo pubblicò Canto al programa, un lavoro che traduceva in musica i punti programmatici del governo di Allende, appena eletto presidente del Cile. L’album testimonia il ruolo che la musica popolare aveva assunto nel dibattito pubblico cileno e il coinvolgimento degli artisti nella vita culturale e politica del Paese.
Nel 1971 arrivò Autores chilenos, dedicato alla tradizione musicale nazionale e a compositori e interpreti come Parra, Jara e Ortega. L’anno successivo fu la volta di Canto para una semilla, cantata popular composta da Luis Advis e dedicata alla figura e all’opera di Parra.
In pochi anni gli Inti-Illimani avevano quindi costruito un repertorio nel quale la valorizzazione della cultura popolare e la dimensione civile della musica procedevano insieme.
Poi arrivò l’11 settembre 1973. Mentre gli Inti-Illimani si trovavano in Europa per una tournée, in Cile il colpo di Stato guidato dal generale Pinochet rovesciò il governo di Salvador Allende. La repressione che seguì rese impossibile per i musicisti fare ritorno in patria.
Quella che doveva essere una tournée europea si trasformò così in un esilio destinato a durare 15 anni. L’Italia diventò il luogo nel quale il gruppo avrebbe costruito una parte fondamentale della propria storia artistica.
È uno degli aspetti più particolari della vicenda degli Inti-Illimani: l’esilio, pur nato da una tragedia politica, contribuì a trasformare il gruppo in un fenomeno internazionale. Lontani dal Cile, i musicisti continuarono a suonare, comporre e testimoniare attraverso la musica la condizione del loro Paese.
L’Italia divenne progressivamente una seconda casa. Qui gli Inti-Illimani incontrarono un pubblico particolarmente ricettivo e riuscirono a trasformare il loro repertorio in un ponte tra la cultura latinoamericana e quella europea.
È proprio in questo contesto che El pueblo unido jamás será vencido assume un’importanza particolare.
Composto da Ortega, il brano era nato in Cile nel clima politico degli anni ‘70. La versione degli Inti-Illimani contribuì però in modo decisivo alla sua diffusione internazionale. Nel 1976 venne pubblicato in Italia come singolo, diventando rapidamente uno dei simboli musicali dell’esilio cileno e della resistenza civile.
A distanza di cinquant’anni dalla sua pubblicazione italiana, il brano conserva una forza particolare anche perché ha superato i confini del contesto storico nel quale era nato. Le sue parole e la sua struttura musicale sono entrate nell’immaginario collettivo e sono state riprese, reinterpretate e cantate in numerosi contesti legati alle mobilitazioni sociali e alla difesa dei diritti.
La canzone è diventata, in questo senso, più grande della sua stessa storia. Da inno legato a una precisa stagione politica cilena si è trasformata in un riferimento internazionale per chi associa la musica alla partecipazione collettiva.
Il rapporto tra gli Inti-Illimani e l’Italia non può essere ridotto alla semplice storia di un gruppo straniero che ha avuto successo nel nostro Paese.
Durante gli anni dell’esilio, infatti, l’Italia rappresentò un vero laboratorio artistico. Il contatto con musicisti, compositori e pubblico italiani favorì nuove sperimentazioni e contribuì ad ampliare il linguaggio della formazione.
La tradizione andina rimase il cuore della loro identità, ma nel corso degli anni il gruppo si aprì progressivamente ad altre influenze, arrivando a confrontarsi con la world music e con linguaggi musicali differenti.
Il risultato fu un repertorio capace di parlare a pubblici molto diversi. La dimensione latinoamericana rimaneva riconoscibile, ma la musica degli Inti-Illimani non era più confinata a un’unica area geografica.
Il loro successo italiano fu dunque anche una storia di contaminazione culturale.
È in questo percorso che si inserisce la nuova voce dedicata agli Inti-Illimani nella Enciclopedia della Musica Contemporanea della Treccani.
L’inserimento non rappresenta soltanto un riconoscimento alla carriera di un gruppo musicale. Significa anche riconoscere il ruolo che una determinata esperienza artistica ha avuto nella storia culturale italiana e internazionale.
Oggi gli Inti-Illimani continuano a rappresentare un caso particolare nella storia della musica contemporanea. La loro vicenda dimostra come un repertorio nato in uno specifico contesto geografico e politico possa attraversare le generazioni e assumere significati nuovi. A cinquant’anni dalla pubblicazione italiana di El pueblo unido jamás será vencido, dunque, il cerchio sembra richiudersi. Quella canzone arrivò in Italia durante gli anni più difficili dell’esilio e contribuì a rendere gli Inti-Illimani una presenza familiare per generazioni di ascoltatori. Oggi la loro storia entra in un’enciclopedia, diventando parte della memoria culturale ufficiale. È forse questo il significato più profondo di una consacrazione enciclopedica: non soltanto certificare la fama di un artista, ma riconoscere che la sua opera ha lasciato una traccia nella storia.