WASHINGTON - L’intelligenza artificiale si prepara a entrare nel cuore del confronto strategico tra Stati Uniti e Cina. Quando Donald Trump e Xi Jinping si incontreranno a Washington il 24 settembre per il loro secondo vertice dell’anno, sul tavolo ci saranno commercio, Taiwan, Iran e fentanil, ma l’IA occuperà uno spazio di primo piano. Le due potenze competono infatti per la leadership nella tecnologia destinata a trasformare economia e apparati militari, interrogandosi al contempo su come impedire che tale sfida produca rischi ingovernabili.
Si tratta di un terreno sul quale le differenze iniziano già dalla definizione del problema. Da una parte, negli Stati Uniti, il dibattito più acceso riguarda la possibilità che i modelli più avanzati acquistino capacità difficili da controllare, vengano impiegati autonomamente in attacchi informatici o facilitino la costruzione di armi. Negli ultimi giorni Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto esplicitamente all’industria di rallentare il ritmo di crescita dei sistemi, ricevendo il sostegno del numero uno di OpenAI, Sam Altman, e di Elon Musk. Anthropic ha inoltre documentato operazioni informatiche nelle quali agenti artificiali hanno assunto un grado crescente di autonomia: Claude, ad esempio, svolge ormai autonomamente attività di auto-sviluppo per un quarto del necessario.
La Casa Bianca non condivide tuttavia questa posizione e considera il primato nell’IA una componente fondamentale della sicurezza nazionale. L’amministrazione Trump ha scelto di accelerarne lo sviluppo e l’impiego, sostenendo che una regolamentazione eccessiva rischierebbe soprattutto di avvantaggiare Pechino. Un memorandum presidenziale di giugno ordina alle strutture di sicurezza di accelerare l’adozione dei modelli più avanzati, pur chiedendo che siano affidabili, controllabili e sottoposti a responsabilità umana, mentre lo stesso Trump ha respinto gli ultimi appelli a un rallentamento. Washington arriva quindi al confronto senza una linea univoca: una parte dell’industria chiede di frenare, mentre il governo ritiene pericoloso perdere velocità.
Dall’altra parte, la posizione di Pechino non si limita al solo controllo politico interno, ma si rivela molto più complessa e articolata di quanto la narrazione occidentale lasci intendere. Chen Yixin, ministro della Sicurezza dello Stato, ha indicato come primo rischio la possibilità che l’IA venga utilizzata da “forze ostili” per produrre disinformazione su vasta scala, condurre “guerra cognitiva” e destabilizzare l’ordine politico e sociale. La risposta indicata passa attraverso un ulteriore rafforzamento del controllo del Partito su internet e sui dati, in una concezione in cui stabilità, sicurezza nazionale e informazione rimangono intrecciate.
Pechino sta tuttavia ampliando la propria definizione del rischio tecnologico. A luglio Xi Jinping ha chiesto che l’IA rimanga “sempre sotto il controllo umano”, indicando la necessità di sistemi di monitoraggio e allarme contro abusi e perdite di gestione. La dichiarazione conclusiva della Conferenza mondiale sull’IA di Shanghai ha citato esplicitamente i pericoli per infrastrutture critiche come finanza, elettricità, telecomunicazioni e trasporti, oltre alla necessità di fissare limiti decisionali agli agenti autonomi. La Cina sta inoltre lavorando a standard di sicurezza per gli agenti artificiali e dispone già di una struttura normativa che impone la marcatura dei contenuti generati.
La distanza tra le due capitali riguarda soprattutto il modo di affrontare i problemi e il rapporto tra sicurezza e competizione. Per gli Stati Uniti qualunque limite allo sviluppo deve essere valutato in funzione della possibilità che la Cina ne approfitti. Per Pechino, al contrario, molte delle misure statunitensi (a cominciare dai controlli sull’esportazione dei semiconduttori avanzati) sono strumenti di contenimento tecnologico.
Il contrasto è reso evidente dal diverso modello industriale. I principali laboratori statunitensi mantengono chiusi i pesi dei sistemi di frontiera e concentrano enormi risorse di calcolo sui modelli più potenti. Molti sviluppatori cinesi, da DeepSeek a Z.ai, hanno invece puntato sulla diffusione di modelli open-weight, scaricabili e modificabili. Secondo il Center for Strategic and International Studies, il divario nelle capacità si è fortemente ridotto e la disponibilità di modelli cinesi più economici e aperti sta favorendo la loro penetrazione anche fuori dalla Cina, persino tra le startup statunitensi, trasformando l’apertura in uno strumento di influenza globale.
In questa cornice, sicurezza e primato tecnologico appaiono interconnessi. Anthropic accusa diversi laboratori cinesi di aver utilizzato su scala industriale la “distillazione”, cioè le risposte di modelli statunitensi più potenti per addestrare sistemi propri, violando le condizioni di accesso. Pechino respinge le accuse e sostiene che Washington applichi un doppio standard, trasformando pratiche diffuse nell’industria in un problema di sicurezza solo quando adottate da aziende cinesi. Il Quotidiano del Popolo ha definito l’IA un settore che non può diventare “monopolio delle grandi potenze”, mentre il ministero degli Esteri cinese ha accusato gli Stati Uniti di alimentare “narrazioni della minaccia” e una competizione dannosa.
Nonostante le tensioni, esistono margini di convergenza. Trump e Xi avevano concordato durante il vertice di Pechino di maggio di avviare un dialogo intergovernativo sull’IA, rimasto finora fermo. Scott Bessent, segretario al Tesoro e responsabile statunitense del dossier, incontrerà domenica a New York il vicepremier cinese He Lifeng in preparazione del summit e si è detto disponibile a discutere dei “rischi condivisi”, della frammentazione dei due ecosistemi e delle criticità poste sia dai modelli chiusi sia da quelli open-weight.
Il terreno sul quale un’intesa appare meno irrealistica riguarda i rischi estremi e militari: il mantenimento del controllo umano sulle decisioni sensibili, la prevenzione di incidenti causati da sistemi autonomi e le comunicazioni rapide in caso di anomalie o attacchi informatici difficili da attribuire. Esperti dei due Paesi hanno proposto una linea diretta bilaterale per gli incidenti legati all’IA e limiti all’autonomia dei sistemi associati a infrastrutture nucleari od operazioni cibernetiche delicate.
Il paragone ricorrente è quello con la corsa agli armamenti della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, in cui due potenze concordavano regole minime per evitare la catastrofe pur continuando a competere. L’analogia presenta tuttavia dei limiti: una testata nucleare può essere localizzata e verificata, mentre un modello di IA è un software che può essere copiato, sviluppato da privati e diffuso globalmente in poche ore se rilasciato in formato aperto. Se il controllo degli armamenti coinvolgeva due attori statali definiti, la governance dell’IA deve fare i conti con migliaia di soggetti e un’evoluzione tecnologica rapidissima.
Per questo dal vertice di Washington appare difficile attendersi un accordo immediato o vincolante. L’esito più realistico sarebbe l’avvio effettivo del dialogo promesso a maggio, con canali di comunicazione permanenti e aree circoscritte di confronto. Il paradosso è che Stati Uniti e Cina hanno sempre più ragioni per parlarsi proprio mentre diminuisce la fiducia reciproca: la sfida per Trump e Xi sarà stabilire se sia possibile costruire una minima sicurezza condivisa senza rinunciare alla corsa per la supremazia tecnologica.