WASHIGNTON - Il Senato degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha approvato con 50 voti favorevoli e 48 contrari una risoluzione che limita i poteri di guerra del presidente Donald Trump nella crisi con l’Iran. Il testo chiede la cessazione delle operazioni militari contro Teheran in assenza di una specifica autorizzazione del Congresso. 

A sostenere la misura sono stati tutti i senatori democratici insieme a quattro repubblicani: Rand Paul, Susan Collins, Lisa Murkowski e Bill Cassidy. In controtendenza il senatore democratico della Pennsylvania John Fetterman, considerato da molti colleghi vicino alle posizioni del presidente, che ha votato contro la risoluzione. Sebbene il provvedimento non abbia effetti vincolanti immediati, il voto rappresenta un segnale politico nei confronti della Casa Bianca. 

Donald Trump ha reagito duramente sui social media, definendo “insensato” il voto del Senato e criticando una misura che considera puramente simbolica ma potenzialmente dannosa per la strategia statunitense nei confronti dell’Iran. 

“Quindi, ho l’Iran alle corde, pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa, e che, per la prima volta in decenni, rispetta maledettamente gli Stati Uniti e il suo Presidente, IO, e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in modo insensato e nel momento sbagliato sulla legge sui poteri di guerra”, ha scritto il presidente. 

Secondo Trump, la risoluzione invia un messaggio di debolezza a Teheran. Il provvedimento, ha affermato, comunica “al principale sponsor del terrorismo al mondo che agli Stati Uniti non piace quello che sto facendo loro, e che devo fermarmi, e così facendo ha fornito aiuto e conforto al nemico”. 

Il presidente ha poi rivolto un attacco diretto ai quattro senatori repubblicani che hanno votato insieme ai democratici: “Questi senatori mi hanno appena reso il lavoro più difficile, ma lo farò, in un modo o nell’altro, perché lo faccio sempre!”. 

Sul fronte diplomatico, arrivano segnali di prosecuzione del dialogo tra Washington e Teheran. I colloqui tecnici tra le due parti riprenderanno “la prossima settimana”, secondo quanto riferito dal portavoce del ministero degli Esteri pakistano, Tahir Andrabi. Il Pakistan continua a svolgere un ruolo di mediazione insieme ad altri attori regionali nel tentativo di favorire il processo negoziale avviato nelle scorse settimane. 

Nel frattempo, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha collegato la crisi iraniana alla situazione regionale, sottolineando che “Porre fine alla guerra in Libano è per noi importante quanto porre fine alla guerra contro l’Iran”. Le dichiarazioni arrivano mentre proseguono gli sforzi diplomatici per ridurre le tensioni anche sul fronte israelo-libanese, considerato uno dei dossier più delicati dell’attuale fase negoziale. 

Sul tema del programma nucleare iraniano è intervenuto anche il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, che ha ribadito che le ispezioni ai siti nucleari iraniani fanno parte dell’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. “Che accada dopodomani, tra una settimana o tra dieci giorni, è importante ma non essenziale. Accadrà”, ha dichiarato Grossi durante una conferenza stampa presso la Centrale nucleare di Fukushima. 

Il direttore dell’Aiea ha spiegato che nei prossimi giorni verranno definiti tempi e modalità operative delle verifiche, che saranno condotte in coordinamento con le autorità iraniane. 

Le sue parole sembrano però entrare in contrasto con quanto affermato nelle ultime ore dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, secondo il quale al momento non sono previste ispezioni dell’Aiea nei siti nucleari danneggiati durante il conflitto, compresi quelli che ospitano scorte di uranio arricchito. La questione delle verifiche internazionali resta dunque uno dei punti più sensibili del negoziato, nonostante i segnali di apertura registrati nelle ultime settimane.