“L’Australia moderna non è una monocultura e non lo è mai stata. Anzi, prima del 1770 e poi del 1788, nel Paese esistevano già le ‘molte nazioni’ dei primi abitanti di questo Continente. E da allora la nostra diversità come nazione, penso, sia la nostra forza”. È stato l’inizio di una lunga risposta del primo ministro Anthony Albanese a una domanda - durante una conferenza stampa sulle riforme del sistema NDIS, assieme al ministro della Sanità Mark Butler - al riguardo della campagna anti-multiculturalismo di Pauline Hanson. “Fin dall’arrivo della Prima Flotta, non eravamo tutti uguali - ha continuato ancora il leader laburista -. C’erano persone in catene e persone incaricate di sorvegliare quelle in catene. C’erano cattolici e protestanti. Abbiamo sempre avuto una cultura ricca nella diversità e, quando guardiamo i Socceroos, vediamo esempi di questa ricchezza culturale”.

“Persone orgogliose delle proprie origini, della propria identità, ma anche orgogliose di essere australiane e di rappresentare la nostra grande nazione. E tutto il Paese farà il tifo per loro venerdì alle 12. Spero che, per un momento, l’intera nazione si fermi durante quella partita.
Questo è ciò che siamo. Perciò è davvero assurdo sostenere il ritorno a qualcosa che, in realtà, non è mai esistito. E credo che questo sia un esempio di politiche e di una visione del Paese che non sono state adeguatamente pensate, che non rappresentano ciò che siamo nel 2026”. 
In questo momento - ha spiegato ancora Albanese – sia l’Australia che il resto del mondo hanno bisogno di governi capaci di guardare in avanti. “Ci sono grandi sfide in questo Paese, come in tutto il mondo – ha affermato il primo ministro –, con cui il governo si sta confrontando: l’intelligenza artificiale, il suo impatto sul lavoro e su come progrediremo come società. Non andremo avanti se rimarremo intrappolati in questi dibattiti culturali che hanno un unico scopo: dividere le persone. Sia chiaro, è proprio questo il loro obiettivo. Io invece voglio unire il Paese e guidarlo verso il futuro” (altro servizio a pag.11).
Nessun dubbio, nessun giro di parole, una risposta netta e articolata per respingere categoricamente le chiusure di One Nation. Per Angus Taylor la possibilità di fare altrettanto. Di prendere le distanze, senza se e senza ma, dall’idea del Paese monoculturale di Pauline Hanson e invece il leader dell’opposizione, martedì scorso, più volte sollecitato a confermare se la Coalizione continuerà a sostenere il multiculturalismo, ha scelto di girare attorno alla domanda, limitandosi a dire che la cultura che desidera vedere è quella di persone che sostengono i “valori australiani”.
Una non risposta alle dichiarazioni, ribadite anche lo scorso lunedì mattina dalla leader di One Nation (dopo l’intervento della scorsa settimana al Circolo della stampa di Canberra) in un’intervista televisiva del “fallimento della politica multiculturale” perseguita da decenni dai governi laburista e della Coalizione. “Come si può creare coesione sociale se le persone non parlano la lingua?” ha affermato la senatrice del Queensland. “Con la fallimentare politica del multiculturalismo, tutte le culture sono considerate equivalenti alla nostra. Opporsi a questo non è razzismo; è semplice buon senso”.
Hanson ha dichiarato a Channel 7 che, secondo la sua proposta, “in realtà non cambierebbe molto”, indicando il Giappone come esempio della “monocultura” che immagina per l’Australia.
Il governo giapponese sostiene una politica di “tabunka-kyosei” (“convivenza multiculturale”), che prevede che gli immigrati imparino la lingua giapponese, rispettino le consuetudini locali e si inseriscano in un sistema di immigrazione rigoroso, pur mantenendo un riconoscimento formale delle differenze culturali.
“Credo che gli australiani debbano lavorare insieme verso lo stesso obiettivo sotto la stessa bandiera, indipendentemente dal colore della pelle, dall’etnia o dalle origini”, ha scritto Hanson sui social media. “Questo è il monoculturalismo: un Paese unito da ciò che condivide invece che diviso dalle proprie differenze”.
Una ‘teoria’ che il neodeputato di One Nation, David Farley (seggio di Farrer), ha interpretato con un categorico invito a tutti coloro che ricevono “il generoso dono” di essere accolti in questo Paese: “Siate australiani prima di tutto. Integratevi”.
Andiamo bene insomma, ma Taylor, evidentemente, non riesce a distanziarsi come dovrebbe, tanto da respingere l’insistenza di un giornalista su un preciso impegno per ciò che riguarda le politiche multiculturali: “Sono stato molto chiaro su ciò a cui ci siamo impegnati. Ho risposto a questa domanda quattro volte”, ha detto stizzito.
Pressato per la quinta volta dal conduttore di Insiders, David Speers, che gli ha chiesto se fosse incapace di sostenere il multiculturalismo, il leader dell’opposizione ha replicato: “Vuoi definirlo tu per me?”
“Possiamo avere persone provenienti da tutto il mondo, e questo non è un problema”, ha detto ancora Taylor. “Possiamo avere persone di ogni razza e religione, ma devono condividere i nostri  valori fondamentali. Quando si partecipa a una cerimonia di cittadinanza, è di questo che si parla”.
La Coalizione ha proposto l’introduzione di un “test dei valori” per chi desidera migrare in Australia. Tale misura estenderebbe questi principi ai titolari di visto australiano e consentirebbe la revoca o il rifiuto dei visti qualora tali principi non fossero rispettati. La proposta prevede inoltre l’inserimento della “Dichiarazione dei Valori Australiani” nel test di idoneità morale, rendendo la mancata adesione un possibile motivo di espulsione.
Tanta vaghezza non aiuta di certo un leader in evidenti difficoltà. Albanese quindi non si è lasciato sfuggire l’occasione e nel Question Time parlamentare ha continuato a tenere sotto scacco il capo dell’opposizione: “Non è compito mio dare consigli a questo tizio, ma perché non vi opponete a One Nation almeno su qualcosa?”, ha detto il primo ministro. E dato che il momento è sembrato buono per gettare un po’ di benzina sul fuoco di nuovi sussulti in casa liberale, ecco il raddoppio: “Perché non siete disposti a seguire la leadership di Andrew Hastie e a non ‘inginocchiarvi’ [a One Nation] quando vi viene chiesto: ‘Sostenete il monoculturalismo per l’Australia?’ Non è una domanda complessa, perché noi non siamo mai stati una monocultura”.
Ieri, finalmente un tentativo, in punta di piedi, di rimediare quando, interpellato per l’ennesima volta sull’argomento, Taylor ha dichiarato di  appoggiare “una versione del multiculturalismo” perché “farsi certi che chi arriva in Australia contribuisca e si impegni a rispettare i valori del Paese non significa adottare una politica monoculturale”.  Insomma un dico e non dico, nonostante il coro pro multiculturalismo della sua squadra nel tentativo di placare le polemiche.  
Occasione mancata per Taylor anche nel dibattito parlamentare sul budget: il capo dell’opposizione, infatti, si è fatto a più riprese distrarre dal ‘problema One Nation’ mettendo in evidenza una scarsa preparazione tattica e, soprattutto, una mancanza di risposte concrete alle riforme annunciate da Jim Chalmers nel budget considerato il più impopolare da quello di Paul Keating del 1993. Nel dibattito parlamentare più importante dell’anno sulle nuove imposte sugli utili di capitale e la parziale abolizione del ‘negative gearing’, Taylor è rimasto fermo al palo, limitandosi a qualche inefficace attacco-slogan su “tasse tossiche” e “pericolose intese” [con i verdi]. Letteralmente incapace di lasciare qualsiasi segno nel dibattito in Aula, il leader della Coalizione ha osservato passivamente il governo riprendere quota dopo le difficoltà della settimana scorsa, con alcune correzioni in corsa alla contestata riforma sulle plusvalenze per ciò che riguarda le piccole aziende e start-up e l’esenzione dei trust testamentari dalla nuova imposta minima annunciata. 
Avanti il prossimo insomma: il nuovo inizio dopo l’esperimento di Sussan Ley (scaricata con eccessiva fretta) non c’è stato proprio e i sostenitori di Hastie sicuramente non staranno con le mani in mano durante la lunga pausa invernale.