Dopo il Covid, la guerra: dal 2019 un’emergenza continua che ha cambiato il nostro modo di pensare, di agire e reagire, di progettare il futuro sia a livello individuale che a livello di governo. Perse per sempre alcune certezze, sicuramente cresciute per tutta una serie di motivi le divisioni sociali ma anche quelle ‘generazionali’, al punto che nel dibattito politico nazionale contemporaneo poche parole sono diventate così centrali - e così cariche di tensione - come “equità intergenerazionale”. E non si tratta più di una formula astratta buona per le piattaforme elettorali dei vari partiti, ma di qualcosa di decisamente più importante: l’equità intergenerazionale è diventata, infatti, una specie di lente attraverso cui leggere ogni scelta del governo, dal sistema fiscale alla spesa sociale, fino al tema clou del momento, la gestione della crisi energetica globale.
Un’emergenza in più scatenata dalle scelte, che ben poco hanno a che fare con qualsiasi tipo di logica e ragione, di Donald Trump. In questo contesto, il prossimo bilancio di gestione rappresenta molto più di un esercizio contabile: è un test politico, economico e culturale per l’Australia del futuro.
Il ministro del Tesoro, Jim Chalmers, come hanno sempre fatto tutti coloro che l’hanno preceduto nel ruolo su entrambe le sponde politiche, sta preparando gli australiani ad alcune decisioni che non saranno particolarmente popolari con alcune fasce della popolazione. Ecco quindi, le quasi giornaliere ‘fughe di notizie’ e ipotesi, spesso ben documentate, di idee, possibilità e qualche certezza. L’idea che i cosiddetti ‘baby boomer’ (per convenzione i nati tra il 1946 e il 1964) abbiano beneficiato di condizioni irripetibili - case a prezzi accessibili, crescita sostenuta, welfare generoso - mentre le generazioni successive affrontano salari stagnanti e un mercato immobiliare proibitivo, è ormai diffusa in Australia.
Un’idea non necessariamente confermata dalla realtà dei fatti e da esperienze vissute, ma ormai ben radicata e divisiva abbastanza da convincere il governo (ma anche l’opposizione) a interiorizzare questa percezione e agire di conseguenza. Non è quindi un caso che il ministro della Sanità, Mark Butler abbia giustificato, mercoledì scorso, il taglio che ci sarà, nell’ambito delle riforme del settore, al sussidio per gli over 65 sull’assicurazione medica privata, proprio in nome di quella famosa equità tra generazioni.
La misura, che eliminerà un beneficio introdotto ai tempi di John Howard per alleggerire il carico (costi e servizi) sulla sanità pubblica, consentirà un risparmio di circa tre miliardi di dollari, anche se è tutto da vedere il rovescio della medaglia in fatto di costi aggiuntivi per il sistema ospedaliero pubblico. Ma il punto politico che accompagna la decisione è più profondo: due famiglie con lo stesso reddito non dovrebbero ricevere trattamenti diversi solo in base all’età. È una posizione difficile da contestare sul piano etico, ma rischiosa sul piano elettorale, perché colpisce una fascia della popolazione ancora piuttosto consistente e influente. Per questo Butler ha cercato subito di ‘addolcire in qualche modo la pillola’ assicurando che i risparmi saranno reinvestiti nell’assistenza agli anziani, quindi una redistribuzione all’interno della stessa generazione che contraddice il proposito della presunta nuova giustizia sociale imperniata sul recupero benefici rivolto ai giovani.
Ma se c’è un terreno su cui l’equità intergenerazionale si gioca davvero, è quello immobiliare. La combinazione di sconti sugli utili di capitale e il “negative gearing” ha storicamente favorito gli investitori, contribuendo, secondo molti, all’aumento dei prezzi delle case. Intervenire su questi strumenti - come il governo sembra intenzionato a fare - è politicamente esplosivo. I laburisti ci avevano già provato ai tempi di Hawke e Keating, ma erano stati costretti a fare una veloce marcia indietro per l’impopolarità generale del progetto; hanno tentato il bis con Bill Shorten, nella campagna del 2019, e gli elettori hanno detto ancora no all’idea e a quello che sembrava il fatto compiuto di un cambio di governo, regalando una sorprendente vittoria a Scott Morrison.
Albanese, appena ottenuta la leadership del partito, aveva preso le distanze dalla proposta che ora invece, con qualche prudente aggiustamento, sta riprendendo corpo: la possibile revisione dello sconto del 50% sugli utili di capitale, magari sostituendolo con un sistema indicizzato all’inflazione, rappresenta un tentativo di rendere il sistema più equo e meno distorsivo. Ancora in fase di finalizzazione le novità sul ‘negative gearing’ e tutta da vedere la posizione che prenderanno i liberali in materia, data la linea non uniforme espressa a denti stretti dal leader dell’opposizione Angus Taylor (critico all’idea di nuove imposte) e dal possibile futuro leader Andrew Hastie (disposto a valutare eventuali cambiamenti).
Ma ogni riforma fiscale ha vincitori e vinti. Gli investitori temono effetti negativi sui prezzi e sui rendimenti, mentre il governo deve bilanciare l’obiettivo di equità con quello di non destabilizzare il mercato trainante dell’economia nazionale. Un’economia che non gode di splendida salute (come confermato solo pochi giorni fa dal Fondo monetario internazionale), minata da scarsa produttività e debito che sta arrivando a valori che il Paese non aveva mai conosciuto: i 1000 miliardi sono ormai alle porte. Su scala globale, in rapporto al Pil, sono più che accettabili - ha fatto osservare il ministro del Tesoro, parlando di quinto posto nella classifica dei Paesi virtuosi -, ma un po’ a causa della campagna allarmistica della Coalizione (che cerca disperatamente di riposizionarsi come credibile alternativa, dopo essere precipitata al terzo posto sulla scala del seguito popolare, dietro a One Nation), un po’ per il coro di critiche degli economisti, gli australiani hanno mostrato improvvisamente interesse per un problema che non avevano mai preso in considerazione. Gli implacabili e immancabili sondaggi indicano, infatti, che una larga maggioranza della popolazione è preoccupata per il livello di indebitamento del Paese.
L’equità intergenerazionale, dunque, non riguarda più solo la distribuzione delle risorse oggi, ma anche chi pagherà il conto domani. Debito dunque al centro dell’attenzione, con la necessità di contenere le spese dell’imputato numero uno per ciò che riguarda l’aggravamento dei conti pubblici: il National Disability Insurance Scheme (NDIS), una delle politiche sociali più ambiziose e costose della nazione. Butler ha anticipato una riforma che dovrebbe generare risparmi per 22 miliardi di dollari in quattro anni con l’impegno di ridurre la crescita della spesa al 2% annuo via opportuni tagli dei servizi e soprattutto degli sprechi. Le difficoltà politiche e operative però sono però enormi: gli Stati un po’ di resistenza la faranno per ciò che riguarda le loro responsabilità e i diretti interessati (sia coloro che hanno bisogno di assistenza, sia chi la fornisce) hanno già cominciato a protestare. Tuttavia, l’alternativa - lasciare che la spesa continui a crescere, praticamente senza controllo – non è sostenibile e Albanese l’ha capito. Cocktail di problemi, insomma, per il budget numero 5 di Jim Chalmers. Sicuramente non ultimo quello che ha sconvolto le certezze del dibattito economico: la crisi energetica globale. Il conflitto in Medio Oriente e i rischi per le forniture hanno riportato al centro una verità che non può essere ignorata: senza energia, nulla funziona ma, soprattutto, che mentre ci si concentra giustamente sulla transizione verso fonti rinnovabili, carbone, petrolio e gas rappresentano ancora oltre il 90% del fabbisogno energetico. La crisi attuale ha costretto quindi il governo a riconsiderare le sue priorità, rallentando la retorica anti-fossili e valutando investimenti nelle raffinerie (anche se il ministro dell’Energia e dei Cambiamenti climatici, Chris Bowen, ha escluso l’apertura di un terzo impianto in Australia, lasciando però la porta aperta al potenziamento delle due raffinerie che hanno resistito alle chiusure a catena avvenute tra il 2013 e il 2022) e lo stoccaggio di carburanti.
In questo contesto, anche se cresce il sostegno per una tassa sugli extraprofitti del gas, il primo ministro non sembra intenzionato a intervenire al riguardo. L’imposta, proposta da Ken Henry per generare entrate extra per ridurre il debito e aumentare la produttività, non convince Albanese, che ha ribadito l’importanza di mantenere la reputazione dell’Australia come fornitore affidabile di gas, mentre la responsabile delle Risorse, Madeleine King si è dichiarata apertamente contraria a nuove tasse sulle quali stanno arrivando pressioni preventive dai Paesi asiatici importatori di LNG.
Il bilancio del 12 maggio si colloca quindi all’incrocio tra due logiche. Da un lato, la necessità di riforme strutturali: contenere la spesa, rivedere il sistema fiscale, aumentare la produttività. Dall’altro, la pressione politica per interventi immediati sul costo della vita, sull’energia, sull’immigrazione e sulla casa. Il tutto, senza perdere di vista la teoria-guida dell’equità intergenerazionale.