Ci sono mestieri, saperi e gesti partiti dall’Italia decenni fa che oggi in Italia non esistono più, ma in Australia sì. È su questo paradosso che lavora Marco Izzolino, ricercatore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, arrivato a Sydney per un secondo dottorato. Il progetto è condiviso tra l’Accademia partenopea e la National Art School di Sydney, con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia guidato da Gianluca Rubagotti.

La domanda di partenza è come l’Australia valorizzi un patrimonio culturale che, in buona parte, è arrivato con le valigie degli emigrati. Il punto d’ingresso è una storia che la comunità italiana di Sydney conosce bene: quella di Antonio Dattilo-Rubbo. Nato a Napoli nel 1870, si formò all’Accademia di Belle Arti con Domenico Morelli e Filippo Palizzi. Sbarcò a Sydney nel 1897 e per oltre quarant’anni fu uno dei maestri di disegno più influenti della città, con allievi come Grace Cossington Smith, Roy de Maistre e Roland Wakelin.

La supervisor di Izzolino, la professoressa Federica De Rosa dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, è venuta in Australia qualche mese fa proprio per studiare il legame tra Dattilo-Rubbo e Sydney. Quella ricerca è diventata per lui “una sorta di ponte metaforico” verso altre vicende simili. “Nel caso di Dattilo-Rubbo mi interessava il fatto che una tradizione di insegnamento accademico, appena riformata a Napoli, abbia trovato spazio a Sydney”, spiega.

Ma l’arte è solo uno dei fili. Izzolino guarda anche alle tradizioni artigiane e agricole, alle tecniche costruttive e alla lavorazione dello stucco, del legno e della pietra. In altre parole, a tutto ciò che rientra nel cosiddetto patrimonio culturale immateriale. “Mi interessano le forme tradizionali scomparse in Italia o nel Sud Italia che invece continuano qui, perché hanno trovato una sorta di terreno fertile”, dice. Soprattutto vuole capire come alcune di queste pratiche siano diventate identitarie, cioè tipiche di certe zone dell’Australia di oggi, al punto che nessuno ne ricorda più l’origine.

Per spiegare il meccanismo, il ricercatore torna a Napoli. Nel Seicento e nel Settecento la città era una delle grandi capitali europee e attirava persone da tutto il continente. Molte tradizioni arrivate da fuori hanno messo radici e sono diventate, col tempo, simboli della città stessa. Una pratica nasce altrove, si adatta al nuovo territorio e finisce per definire il luogo che l’ha accolta.

Lo stesso può valere per i comportamenti. Izzolino cita la gestualità napoletana, che secondo lui nasce dalle tante dominazioni subite dalla città: un modo di farsi capire con “un linguaggio universale, quello delle mani”. La sua ipotesi è che alcune abitudini italiane arrivate in Australia siano diventate prima tipiche di certi quartieri o di alcune zone di campagna, per poi diffondersi.

Izzolino vuole usare storie vere per costruire un ragionamento teorico su cosa succede alle tradizioni quando cambiano terra. Gli sbocchi sono due. Il primo riguarda la comunicazione e la lingua: creare ponti tra culture e valorizzare le tradizioni proprio attraverso il modo in cui si sono diffuse nel mondo. Il secondo è artistico: capire come gli artisti contemporanei, invece di lavorare solo su se stessi, possano recuperare storie che vengono da altri luoghi o dal passato. “A volte uno fa dei gesti o delle cose senza sapere da dove vengono – osserva – e magari attraverso il lavoro di un artista si può venire in contatto con queste cose”.

Izzolino resterà a Sydney fino al 6 dicembre e lancia un appello alla comunità. Cerca persone disposte a raccontare la propria esperienza, con un’indicazione precisa: non semplici ricordi personali, ma storie di saperi, mestieri o abitudini che in Italia sono spariti e qui sopravvivono.

Chi ha qualcosa del genere da raccontare può scrivergli all’indirizzo maoizzolino@gmail.com.