MILANO - Il giorno dopo lo sfratto del Leoncavallo resta il silenzio intorno all’ex cartiera di via Watteau, che per trent’anni ha ospitato il centro sociale, le sue attività e la sua musica. 

Per la vicesindaca di Milano, Anna Scavuzzo, ieri c’è stata una prova di forza inutile, perché con lo sfratto “non è risolta la questione del Leoncavallo, non so se al ministro Piantedosi è chiaro”.  

Per il centro sociale più famoso d’Italia, la soluzione che si profila è quella degli spazi comunali di via San Dionigi, per i quali l’associazione “Mamme antifasciste del Leoncavallo” aveva inviato una manifestazione informale d’interesse lo scorso marzo. 

I tempi però non saranno rapidi anche se la giunta approverà nella prima seduta utile, il 28 agosto, le linee guida per la presentazione delle domande per ottenere gli spazi in concessione.  

Nel frattempo, ieri, alla fine dell’assemblea pubblica che si è tenuta sotto la pioggia davanti allo spazio sgomberato, i militanti hanno annunciato un corteo nazionale per il 6 settembre “contro lo sgombero del Leoncavallo, contro il fascismo di governo, la gentrificazione e l’espropriazione dei patrimoni pubblici e autogestiti”.  

Oggi la proprietà, l’immobiliare L’Orologio della famiglia Cabassi, ha provveduto ad attivare l’impianto d’allarme, organizzare la vigilanza – oltre a quella garantita dalle forze dell’ordine per alcune ore al giorno – e a rimuovere i sanitari per evitare nuove occupazioni.  

Consegnate le chiavi interne all’ufficiale giudiziario e prese di fretta alcune cose, i responsabili del centro hanno trenta giorni per accordarsi e recuperare tutto, dall’impianto acustico alla cucina attrezzata. 

“Non c’è più niente da fare dal punto di vista legale. La vicenda di quel posto è chiusa”, ha spiegato Mirko Mazzali, l’avvocato del Leoncavallo, che considera lo sgombero di ieri “un pezzo di campagna elettorale”.  

Secondo il legale, lo spazio è stato usato “come bandiera per cercare consenso all’interno della destra. Ed è un pezzo di campagna elettorale anticipata a Milano in un momento di debolezza dell’amministrazione”, coinvolta dall’inchiesta sull’urbanistica. 

Ora però si guarda avanti, soprattutto al bando del Comune, aperto a tutti e non solo al centro sociale, che dovrà essere pubblicato lasciando almeno tre mesi per la presentazione delle manifestazioni d’interesse e per l’aggiudicazione.  

La tempistica ipotizzata da Mazzali prevede che il centro potrebbe quindi avere una nuova casa entro la prossima primavera inoltrata. Una sede che però necessita di lavori costosi: almeno trecentomila euro solo per la bonifica dell’amianto e l’allacciamento delle fognature, tre milioni per la ristrutturazione completa.