RIAD (Arabia Saudita) - La crisi mediorientale torna a infiammare il Golfo e il petrolio diventa ancora una volta una delle principali armi dello scontro. L’Arabia Saudita è sempre più esposta alla pressione dell’Iran e dei suoi alleati regionali, mentre gli Houthi dello Yemen consolidano la loro capacità di minacciare rotte commerciali e infrastrutture energetiche saudite. A complicare il quadro c’è la posizione degli Stati Uniti, con Donald Trump che, almeno per ora, sembra intenzionato a evitare l’apertura di un nuovo fronte militare.
L’ultimo episodio riguarda l’oleodotto East-West, una delle principali arterie energetiche saudite, che collega i giacimenti petroliferi dell’est con i terminali sul Mar Rosso. La condotta è stata temporaneamente chiusa dopo un attacco con droni provenienti dal territorio iracheno. Il raid avrebbe provocato alcuni feriti e danni ancora in fase di valutazione, ma non è stato rivendicato. Trump ha tuttavia affermato che l’Iran è “probabilmente” responsabile dell’attacco, alimentando ulteriormente la tensione tra Washington e Teheran.
Per Riad il colpo è particolarmente significativo. Dopo la crisi dello Stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita aveva aumentato la propria dipendenza dalle rotte alternative attraverso il Mar Rosso, utilizzando l’East-West per portare il greggio verso i porti occidentali. La chiusura della condotta rischia quindi di ridurre ulteriormente i margini di manovra di uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio.
L’Iraq ha condannato l’attacco e adottato misure per impedire che il proprio territorio venga utilizzato per nuove operazioni contro il vicino saudita. Il governo di Baghdad ha disposto la chiusura di tre valichi di frontiera con l’Iran e rimosso il comandante militare della provincia di Maysan, area dalla quale sarebbero partiti i droni. Riad ha invece scelto per il momento di non reagire con una rappresaglia diretta, riservandosi il diritto di adottare tutte le misure necessarie per proteggere i propri interessi.
La pressione arriva anche da sud. Gli Houthi yemeniti hanno rivendicato un attacco contro una base militare saudita nella regione di Sharurah, sostenendo di aver utilizzato missili balistici e droni contro depositi di armi e centri di comando e controllo. Il portavoce militare del movimento, Yahya Saree, ha definito l’operazione una risposta agli attacchi sauditi contro lo Yemen e ha avvertito che le future azioni potrebbero essere “più intense e di più ampia portata”, fino a raggiungere aree ancora più profonde del territorio saudita. Le autorità di Riad non hanno immediatamente confermato le rivendicazioni.
La minaccia non riguarda quindi più soltanto il traffico marittimo nel Mar Rosso, ma anche le installazioni militari ed energetiche saudite. Per Riad il rischio è quello di dover fronteggiare contemporaneamente una minaccia sul fronte meridionale e quella proveniente dall’Iraq, dove operano milizie filo-iraniane.
È proprio la geografia del conflitto a rendere la situazione particolarmente delicata. Da una parte c’è lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa una quota fondamentale del commercio mondiale di petrolio e che è al centro del confronto tra Iran e Stati Uniti. Dall’altra c’è Bab el-Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e rappresenta una delle principali vie marittime tra il Golfo Persico, il Mediterraneo e i mercati europei.
Se entrambi i corridoi restano sotto pressione, il rischio è quello di una nuova crisi energetica internazionale, con un aumento dei costi del trasporto e delle quotazioni del greggio. Per Teheran, la capacità di condizionare queste rotte rappresenta una potente leva di pressione nei confronti degli Stati Uniti.
L’Iran sembra puntare su una strategia di escalation controllata. Sostenendo i propri alleati regionali e sfruttando la capacità militare degli Houthi, Teheran può aumentare il costo dello scontro per Washington senza necessariamente arrivare a un conflitto regionale totale. Gli Houthi ricevono dall’Iran armi, finanziamenti e sostegno logistico, ma conservano una propria agenda politica e militare.
Lo dimostra anche la reazione alle dichiarazioni di Trump, secondo il quale gli Houthi lo avrebbero contattato per chiedere di non essere attaccati. Hazem al-Assad, membro dell’ufficio politico di Ansarullah, ha negato che qualsiasi funzionario del governo di Sana’a abbia contattato la Casa Bianca, definendo le parole del presidente americano “infondate e false”.
Secondo le informazioni diffuse dagli Houthi, l’Arabia Saudita avrebbe inoltre condotto numerosi raid aerei contro le loro postazioni nello Yemen, colpendo le aree di Taiz, Marib, Hodeidah, Al-Jawf, Saada, Amran e Hajjah. In questo contesto, ogni operazione rischia di alimentare una nuova fase di ritorsioni.
Trump, dal canto suo, sembra intenzionato a evitare un nuovo intervento militare americano. Il presidente ha respinto le richieste saudite di bombardare le postazioni Houthi e ha lasciato intendere di non voler trascinare gli Stati Uniti in un altro conflitto. Una scelta che ha anche una motivazione politica interna: Trump ha sostenuto che la guerra con l’Iran terminerà dopo le elezioni di midterm e che, successivamente, i prezzi del petrolio crolleranno.
La posizione di Washington ha creato malumori a Riad. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe chiesto a Trump di intervenire militarmente contro gli Houthi, senza ottenere il sostegno sperato. Il presidente americano ha comunque definito bin Salman un “buon amico”, assicurando che i rapporti tra Washington e Riad restano solidi.