Giovanni Malagò è in pole position avendo dalla sua parte la Lega di Serie A (tranne Lotito), la Lega di Serie B e le Associazioni Calciatori e Giocatori.
Per Giancarlo Abete, dirigente di lungo corso, presidente della Figc fino al 2014, si è schierata la Lega Dilettanti, di cui è il grande capo, ad eccezione di un Comitato.
Democristiano il comportamento della Lega di Serie C. Sulla carta il gap è sensibilmente favorevole all’ex “Numero Uno” del Coni. Ma il verdetto potrebbe essere difforme in base alle manovre notturne e alla consuetudine italica di salire sul carro del vincitore.
Ma più del nome, come ha affermato in varie occasioni il ministro dello Sport, Andre Abodi, contano le riforme da mettere in atto: dalla riqualificazione delle scuole calcio e dei settori giovanili, al maggior utilizzo di giocatori nostrani; dalla riforma dei campionati con riduzione di 2 club in tutti i campionati professionistici, ai cambiamenti di norme interne e di leggi ormai anacronistiche.
Sotto questo aspetto Malagò, sempre che tocchi a lui, dovrà modificare il proprio comportamento improntato al “volemose tutti bene”, ovvero alla ricerca dell’unanimità a lui cara. Per dare un taglio al passato, così ricco di delusioni, ci vorrà un decisionismo nelle scelte che farà figli e figliastri. Ne sarà capace? Da capire poi quanto il Governo, che non lo ama, vorrà venirgli incontro. Il percorso è accidentato, e le trappole non mancheranno.
Al di là della politica, il presidente sarà chiamato a nominare il commissario tecnico della nazionale maggiore che ha mancato per tre volte la qualificazione al Mondiale. A proposito la Bosnia, dopo aver cancellato le ambizioni azzurre, ha preso 4 pappine dalla Svizzera.
Dietro l’angolo si è materializzato l’identikit di Roberto Mancini che, secondo i bene informati, avrebbe accettato un contratto quadriennale fino al 30 giugno 2030 con uno stipendio di 2 milioni netti a stagione più bonus. È stato lui a regalare al nostro sistema l’ultimo trofeo vincendo ai rigori l’Europeo posto Covid.
Ma è stato sempre a lui a dimettersi in piena estate 2023 per accettare un lauto ingaggio dall’Arabia Saudita. Qualche giorno fa s’è dimesso dall’Al Sadd per ritornare sulla panchina della nazionale.
Nel mosaico tutti i tasselli sembrano incastonarsi al posto giusto. Ma come si comporterà l’allenatore marchigiano quando chiederà ai convocati di dimostrare il massimo attaccamento alla maglia? Quella fedeltà alla causa che proprio lui ha messo da parte in un momento particolarmente delicato per le sorti azzurre.
Si è quindi chiusa l’avventura di Silvio Baldini, che pure tanto era piaciuto allo spogliatoio per le idee innovative sul pianto tecnico e comportamentale. E non sembra in grado di ricominciare la corsa di Antonio Conte, propenso a continuare l’attività fuori dai confini italici.