MOSCA - Mancano poche settimane alle elezioni per la Duma di Stato, in calendario dal 18 al 20 settembre, e la macchina politica russa si è messa definitivamente in moto. Dietro la facciata della stabilità, tuttavia, la campagna elettorale si apre in un clima di forte apprensione e scontro sotterraneo tra le diverse anime del potere al Cremlino, logorate dal prolungarsi del conflitto in Ucraina.
Nelle scorse settimane, settori cruciali dell’intelligence e dell’apparato di sicurezza (i cosiddetti siloviki), guidati dai vertici dell’Fsb (Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa), hanno tentato invano di convincere il presidente Vladimir Putin a posticipare la tornata elettorale.
Come rivelato da fonti che circolano sui media dell’opposizione in esilio come Meduza, gli apparati temono che il sistema elettorale controllato possa non reggere all’impatto della realtà quotidiana: un’inflazione galoppante, il peggioramento delle condizioni economiche, la crisi delle imprese e i crescenti problemi legati al rifornimento di carburante.
Per l’Fsb, andare al voto in questo scenario rappresentava un azzardo capace di innescare pericolose turbolenze, persino in un sistema blindato dall’esclusione sistematica di ogni vero dissenso.
Al rinvio si è però opposto fermamente il blocco politico dell’amministrazione presidenziale guidato da Sergej Kiriyenko, trovando la sponda dello stesso Putin.
Per il capo del Cremlino la regolarità del voto ha un valore altamente simbolico: serve a dimostrare all’opinione pubblica interna e internazionale che la Russia mantiene intatte le proprie procedure democratiche, a differenza dell’Ucraina dove il processo elettorale è stato sospeso a causa della guerra. Intervenendo a inizio settimana al congresso di Russia Unita a Mosca, il presidente ha chiuso il caso confermando che le elezioni si svolgeranno “nei termini previsti dalla legge”.
Proprio dal congresso di Russia Unita è emerso lo sviluppo politico più clamoroso: l’esclusione di Dmitrij Medvedev dalla lista dei candidati.
L’ex presidente ed ex premier, che conserva la presidenza formale del partito e la carica di vicepresidente del Consiglio di sicurezza, puntava a un seggio parlamentare per rilanciare la propria parabola politica. Fonti vicine al Cremlino hanno tuttavia riferito che i vertici nutrivano forti dubbi sulla sua reale popolarità, giudicando il suo profilo ormai troppo sbilanciato su una linea pro-guerra radicale.
La lista finale del partito di governo, vagliata e approvata direttamente da Putin, sarà invece guidata dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov, seguito dal sindaco di Mosca Sergej Sobyanin. La scelta di Lavrov risponde alla necessità di posizionare Russia Unita come il vero “partito del presidente”, spendendo un volto storico, ampiamente riconoscibile e leale, ma decisamente meno ingombrante e divisivo di Medvedev.
Una mossa difensiva dettata anche dai numeri: i sondaggi degli istituti Fom e Vtsiom quotano Russia Unita attorno a un modesto 35%, mentre alcune rilevazioni interne riservate indicherebbero percentuali persino inferiori. L’obiettivo del Cremlino resta quello di avvicinarsi alla soglia psicologica del 50%, un traguardo insidiato dalla crescente stanchezza della società per il conflitto.
In questo contesto di flessione del partito di governo si inseriscono le manovre della cosiddetta “opposizione sistemica”, formazioni formalmente alternative a Russia Unita ma ammesse e integrate nel perimetro politico vigilato dal Cremlino, utili a intercettare il voto di protesta per evitare che si disperda.
Tra queste, la forza politica Nuova Gente (Novye Lyudi) – fondata nel 2020 dall’imprenditore Alexei Nechaev, patron del colosso della cosmesi Faberlic – ha messo a segno un colpo mediatico arruolando tra le proprie fila il noto rapper Guf, nome d’arte di Alexei Dolmatov. L’annuncio, confermato dalla Tass, è stato commentato così dai vertici del partito: “Alla formazione si stanno unendo idoli di diverse generazioni, che rivendicano valori come libertà e maggiore apertura per la società, soprattutto per giovani e ceto medio”.
La dirigenza non ha specificato se Dolmatov correrà personalmente per un seggio alla Duma. Il rapper, figura popolarissima ma controversa, era tornato al centro delle cronache nazionali a inizio anno per una condanna a un anno di carcere con la condizionale, rimediata in seguito a una violenta lite scaturita per il possesso di un iPhone. Una figura di rottura calcolata, ideale per fare da valvola di sfogo alle frustrazioni dei più giovani, senza mai impensierire l’architettura di potere del Cremlino.