MONZA - Avrebbe compiuto 21 anni a gennaio, si è impiccato nel carcere di Monza dove era detenuto per furti e rapine. “Un ragazzo dolcissimo, mi stanno chiamando tanti suoi amici per proporsi di pagare le spese per il suo funerale. In Italia era solo e aveva problemi di dipendenza dalla droga. La madre, malata, e la sorella, molto giovane, vivono in Egitto in condizioni di povertà” racconta  l’avvocata Arianna Barbazza che lo assisteva da un anno. “Arrivava da un percorso molto faticoso. Entrato in Italia da solo a 15 anni da clandestino, era passato dall’istituto minorile Beccaria e dalle comunità per poi arrivare a San Vittore e nel capoluogo brianzolo. Una situazione che ne evoca molte altre, di ragazzi che non dovrebbero stare in cella ma essere curati. Aveva accumulato una pena di sette anni che doveva scontare sì, ma venendo curato. Eravamo in procinto di presentare un’istanza per l’affidamento a una comunità ma, come sappiamo, non è facile trovarne una”.

Da un punto di vista psichiatrico “era fragile e molto solo non avendo nessun familiare in Italia”. Per questa profonda solitudine, “si affezionava a tutti ed era ricambiato perché era gentile, i compagni detenuti lo amavano molto, per loro è stata una batosta”. In passato alcuni episodi di allarme c’erano stati: “Già in comunità e poi a luglio quando si era ustionato con una bomboletta. Si era pensato a un fatto accidentale ma forse era un gesto voluto. Ricoverato all’ospedale Niguarda era stato riportato subito in carcere alla sera. Ero rimasta stupita. Lui però mi aveva assicurato che in carcere era poi stato ben curato - prosegue Barbazza -. Io l’ho saputo da una telefonata dal carcere e ne sono rimasta addolorata. Non me l’aspettavo. Nell’ultima chiamata mi aveva detto che si sarebbe mosso per cercare un lavoro”. Sembrava che guardasse avanti e invece la sua vita si è fermata alle 11 di sera in cella.