Onnipresente, dal vivo o collegato dal suo studio, a ogni conferenza del settore che si rispetti e pronto a tessere le lodi di come Bitcoin rappresenti l'unico investimento davvero valido in un mondo finanziario ancorato ad azioni, obbligazioni e materie prime.

Per questo motivo la notizia che la sua società, Strategy, abbia venduto una piccola parte dei bitcoin detenuti ha suscitato un dibattito molto più ampio rispetto al valore economico dell’operazione. I bitcoin ceduti sono stati “appena” 32, per circa 2,5 milioni di dollari americani, una cifra irrilevante rispetto alle oltre 800.000 monete possedute dall’azienda.

Eppure il mercato ha reagito con grande nervosismo e la ragione è semplice: per anni Saylor non si è solo limitato ad acquistare la criptovaluta con costanza e indipendentemente dal prezzo, ma ha costruito la propria immagine attorno a un principio molto preciso, quello del non vendere mai.

Secondo questa filosofia Bitcoin non è soltanto un investimento, ma una riserva di valore da accumulare e conservare indefinitamente. Il mantra “never sell” è stato parte integrante della narrativa che ha accompagnato la crescita di Strategy e la trasformazione dell’azienda nel maggiore detentore aziendale di bitcoin al mondo. La vendita di 32 bitcoin non cambia nulla dal punto di vista patrimoniale, ciò che cambia è il messaggio che è stato (involontariamente?) lanciato.

Quando una regola assoluta viene infranta anche una sola volta, smette di essere assoluta. Per comprendere il contesto bisogna ricordare che Strategy, dopo aver inizialmente comprato bitcoin come riserva strategica col capitale aziendale, ha successivamente finanziato gli acquisti raccogliendo denaro dagli investitori. Lo ha fatto attraverso l’emissione di vari strumenti finanziari legati unilateralmente alla criptovaluta, i quali prevedono il pagamento di interessi o dividendi. In altre parole, la società possiede un asset che al momento non genera reddito ma al tempo stesso ha degli impegni finanziari da onorare. Un meccanismo rischioso che funziona finché il prezzo di Bitcoin sale e gli investitori continuano a fornire nuovo capitale; quando però il mercato rallenta, la situazione diventa più complessa. Ed è proprio in questo contesto che Saylor ha recentemente ammesso che, in determinate circostanze, vendere una piccola quantità di monete potrebbe essere utile per gestire la liquidità aziendale o finanziare alcuni pagamenti.

Non si tratterebbe quindi di un cambio di rotta, bensì di una dimostrazione di flessibilità, la prova che la società è in grado di trasformare rapidamente una parte delle proprie riserve in denaro. In molti, tuttavia, hanno interpretato la decisione in modo diverso. Il problema non riguarda la vendita di oggi, ma quanto potrebbe essere venduto in futuro.

Fino a poche settimane fa la risposta alla domanda “Strategy venderà mai?” era semplice: no. Oggi la risposta è: dipende. È proprio questa incertezza ad aver colpito il mercato. In fin dei conti, nessuna azienda può realisticamente promettersi di non vendere mai un proprio asset. Bitcoin resta al centro del progetto di Strategy, ma il dogma del “never sell” appartiene al passato. E per molti osservatori questa è una svolta ben più importante delle monete effettivamente vendute. Se in futuro torneremo a parlare di Strategy, allora il dibattito non riguarderà più una promessa infranta, ma le possibili nefaste conseguenze per l'intero settore.

Questo articolo contiene opinioni personali dell’autore che non devono costituire la base per prendere decisioni di investimento. Ricordiamo che l’intento di questa rubrica non è quello di dare consigli finanziari, ma semplicemente analizzare il mondo delle criptovalute per renderlo accessibile a tutti.